CORSO OLIMPICI

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GLI ANNI BLU GALLERIA POESIA LINK RISERVATO 

GLI ANNI BLU DI FABIO PEDERNESCHI

ATLANTICO

Di nuovo in Atlantico; ma, questa volta, per spingerci fino in Europa settentrionale.

L’itinerario extra-Mediterraneo era piuttosto allettante: (Livorno) Gaeta, Le Havre, Cowes, Helsinky, Bergen, Dublino, Anversa, Gibilterra, Palermo, Augusta, Taranto, Messina, Cagliari, La Maddalena, Portoferraio, Livorno.

Per ciascuna delle soste “nordiche” vi racconterò qualcosa. Per le altre non c’è gran che da ricordare.

 

Seguendo il percorso di quella lunghissima nave che era il Montecuccoli (186 m f.t.), comincerò con la navigazione atlantica al largo del Golfo di Biscaglia e con una cosa assai poco poetica, ma molto ben impressa nella mia memoria.

Si tratta dei nostri locali igienici, che si trovavano a prora estrema.

Il Golfo di Biscaglia ed i locali igienici Allievi: cosa mai li può collegare? Sicuramente i 186 metri di lunghezza del vecchio ma arzillo Montecuccoli!

Fortunatamente si trattava solo di onde oceaniche lunghe, di “mare morto”, residuo di una precedente burrasca.

La sottile e lunga nave fendeva quelle onde senza problemi, ma con un beccheggio decisamente ampio; beccheggio che, all’estrema prora, provocava un’escursione verticale di parecchi metri. Diciamo, per capirci, corrispondente ad un palazzo di quattro piani.

Quello che non potete capire, se non avete provato voi stessi, è la sensazione che prova un poveraccio che si deve - in quella situazione - servire di una “turca”.

Vi trovate appollaiati su un qualcosa che sale, sale, sale, comprimendovi verso lo…scarico; poi, per alcuni secondi, quando si è finalmente giunti in…soffitta, si ha l’impressione che tutto sia ritornato - di colpo - normale, come a terra. Invece, la “turca” incomincia subito a precipitare, sempre più velocemente, verso lo… scantinato.

Nella fase discendente, si provava la stessa sensazione che devono provare gli astronauti, quando sono in assenza di gravità.

 

Smarcata questa verissima storiella, andiamo a Le Havre.

La sosta fu abbastanza lunga da consentire una visita di tre giorni a Parigi. E andare a Parigi, nel 1961, non era come oggi! Io, per esempio, non conoscevo personalmente nessuno che vi fosse stato.

Parigi, dunque! Metropoli tentacolare e capitale della trasgressione!

Per fortuna, capitai subito di comandata ad un “cocktail” all’Ambasciata d’Italia. Fu lì, infatti, che - con altri - mi trovai a chiacchierare con il nostro Addetto Navale; il quale ci raccomandò di lasciar perdere il rione di Pigalle, che era solo per turisti di “basso livello”. Avremmo, invece, dovuto passare una serata “memorabile” al “Crazy Horse”, che era un posto di gran classe e con un eccellente show: il meglio al mondo, nel ’61. Ci disse che era assai decentrato rispetto a Pigalle e si trovava in una bella via, tranquilla e lussuosa (Avenue George V), che andava da Avenue des Champs Elisées alla Senna.

Elio (Montermini) ed io decidemmo che ci saremmo andati.

Quella sera stessa, scarpinammo (con l’aiuto dell’efficientissimo metrò) fino all’Avenue George V.

La percorremmo tutta, su entrambi i marciapiedi, ma non trovammo traccia del locale. Ci convincemmo che eravamo stati presi in giro; tuttavia, non riuscivamo a credere che un Ufficiale Superiore ci avesse potuto fare uno scherzo simile.

Chiedemmo ad un “flic” che passeggiava su e giù per la strada, dove era evidentemente di servizio. La sua risposta fu che, in quella via, non c’era alcun locale notturno: e lui, che faceva servizio proprio lì, lo sapeva bene!

Delusi ed amareggiati (ormai, oltre tutto, avevamo sprecato la serata) ci incamminammo verso la caserma della Marine Nationale - la “Pépinière” - dove eravamo alloggiati (dormivamo in incredibili letti “a castello” di sei piani! I Marinai francesi dovevano essere anche scalatori).

Dopo pochi passi, inopinatamente, notammo una piccola insegna metallica “a bandiera” decorata con un cavallino, che indicava - attraverso un comune portone di abitazione - un cortile interno privo d’illuminazione.

Molto dubbiosi, entrammo nel cortile e, finalmente, vedemmo l’insegna luminosa che sovrastava il piccolo ingresso del (piccolissimo) “Crazy Horse”.

Non avevamo prenotato, quindi ci dovemmo contentare di stare in piedi davanti alla balaustra che separava la zona bar dalla platea. Date le modestissime (identiche ancora oggi) dimensioni del locale, eravamo comunque a non più di sei o sette metri dal palcoscenico.

Lo spettacolo, a dei ventenni di allora, parve straordinariamente meritevole di essere visto e poi raccontato centinaia di volte ai compagni che, ovviamente, avevano pascolato in lungo e in largo per Pigalle.      

 

Cowes è il piccolo capoluogo dell’isola di Wight. Isola molto “in” ancora oggi e separata dalla Gran Bretagna da uno stretto braccio di mare: “The Solent”, simile ad un impetuoso fiume, con corrente in direzione alternata, a seconda della marea.

Lì presenziammo all’annuale settimana velica internazionale, dando assistenza per le regate, in condizioni meteorologiche quasi sempre pessime.

Il solo fatto di dover stare alla fonda così a lungo, in quelle “condimeteo” ed in quel mare, obbligò l’impiego di tutte e due le ancore: il che richiese il rarissimo ed estremamente complicato utilizzo del “molinello d’afforco” (°).

Poi, si dovettero eseguire continui ed intensi turni di sorveglianza ed assistenza ai regatanti, con gran lavoro per le motolance di bordo e del personale d’Accademia imbarcato.

Fu così che, un giorno, mi trovai motorista su una nostra lancia in servizio di assistenza, assieme a Rollo (prodiere) e ad un Aspirante di Terza Classe (il padrone).

 

Iniziammo il servizio di prima mattina e, a causa dei continui interventi che ci impegnavano, non ci fermammo né per il pranzo né per il cambio.

A sera, sfiniti ed a corto di gasolio, ritornammo sotto bordo. A causa delle pessime condizioni del mare, non potemmo neppure ormeggiarci; ci diedero “al volo” un po’ di “motorina” e qualche genere di conforto, con l’ordine di andare a pernottare nel porticciolo di Cowes.

La giornata era stata spossante; avevamo incessantemente pattugliato il vasto campo di regata, soccorrendo chi era in difficoltà. Eravamo bagnati fradici, nonostante le tute cerate, ed affamati.

In certi momenti le raffiche erano state così forti e le onde così sconnesse, che anche la motolancia aveva avuto difficoltà. Ricordo un particolare momento in cui il buon Rollo diventò un personaggio da “cartoni animati”; nel senso che, mentre si trovava abbarbicato a prora estrema, rimase letteralmente - per qualche secondo - sospeso per aria, prima di precipitare di nuovo (e rovinosamente) nella lancia.  Un’onda anomala aveva violentemente spinto la poppa in alto, facendo precipitare la prora verso il basso e sottraendola da sotto il sedere del povero Rollo! Il quale, per fortuna, non si fece nulla di grave.

Come da ordine, ci dirigemmo in porto. Pioveva a dirotto e c’era pochissima luce. Comunque trovammo un ormeggio lungo un comodo molo di pietra ed utilizzammo tutte le cime disponibili per non avere problemi col vento.

Ci infilammo sotto le cappotte della lancia, mangiammo tutto quello che ci avevano dato e bevemmo anche le apprezzatissime razioni di cordiale.

Poi cademmo addormentati sulle panche, come sassi, incuranti del fatto che eravamo intirizziti fino alle ossa.

Dopo qualche ora (era ancora buio), mi svegliai; mi svegliai perché stavo rotolando giù dalla panca. La lancia era pericolosamente inclinata su un lato, quello a mare.

Mi affacciai su quel lato e…sorpresa! Il mare non c’era più!

Non capivo.

Guardai meglio e vidi che, no, il mare c’era ancora. Solo che era almeno tre metri più in basso!

Ah, la marea! Però, che marea alta da queste parti (era di oltre 5 metri…)!

La lancia era letteralmente appesa al molo, con tutte le nostre brave cime che reggevano (agevolmente) il peso del mezzo.

Diedi l’allarme generale ed i miei due compagni di…Stato Maggiore (specialmente l’Aspirante) non poterono che condividere l’imbarazzo per quell’imperdonabile improntitudine.

Ci mettemmo subito al lavoro (era imperativo che gli inglesi non vedessero la nostra motolancia appesa a quel modo!!!) e, con infinite cautele ed astuzie, ritornammo finalmente a galleggiare.

Non ci vide alcuno e, rientrati a bordo appena fu giorno, nessuno di noi raccontò il fattaccio.

Su Cowes, però, ho ancora qualcosa da narrare. Come la partecipazione ad un “cheese and wine party” al Royal Yacht Club, dove fummo accolti (strinse la mano ad ognuno di noi) personalmente da Filippo di Edimburgo.

Io l’avrei incontrato di nuovo - dopo diversi anni - sul Tiger, a Gibilterra.

Collegato alla sosta di Cowes, infine, c’è anche il ricordo di una giornata passata a Londra. Dopo Parigi, dunque, Londra!

Partendo da Portsmouth, dopo un’ottantina di chilometri in pullman, fummo scaricati nel centro della capitale inglese. Unici limiti: pranzo in un certo ristorante e ritrovo al “bus” ad una certa ora della sera.

Disgraziatamente, il pranzo era organizzato; così, invece di consumare il classico panino “al volo”, ci trovammo radunati in un locale che pareva una mensa aziendale. Ma, più che l’ambiente, ci deluse il cibo.

“Deluse” è un eufemismo: il “piatto forte” fu un qualcosa di indefinibile, sommerso da una specie di denso liquido verde. Non lo avevamo ancora digerito, di nuovo girovagando per il centro della città, che iniziò la caccia generale alle “toilets”.

Chi in un “pub”, chi in un negozio, cercammo quasi tutti - con grande urgenza - ciò di cui avevamo inderogabilmente bisogno.

Era primo pomeriggio e, in Oxford Street, non c’era nulla di aperto. Mi trovavo in grave difficoltà e credo che non avrei potuto resistere più di qualche minuto, dissimulando faticosissimamente l’imbarazzo, per il decoro della divisa…e dello spadino!

Finalmente vidi un’insegna della “Subway”: nella stazione dovevano esserci dei servizi igienici. Mi precipitai giù per la lunga scala, in quell’antico ambiente sotterraneo, e cercai l’ambitissima meta.

La trovai, ma, a parte l’apparenza antiquata e cadente, non era raggiungibile senza l’inserimento di un “penny” nella macchinetta che governava il cancelletto.

Non avevo un penny; salendo quattro gradini alla volta, tornai quindi in superficie. Elio mi allungò la moneta ed io mi precipitai di nuovo giù.

Infilai il penny nell’odiosa macchinetta e spinsi il cancelletto: non si aprì. Riprovai: niente! La moneta era troppo vecchia e consunta (all’epoca non era ancora stato adottato il sistema monetario decimale) e non c’era nulla da fare.

Dovetti tornare su, procurarmi un penny più recente e precipitarmi di nuovo al cancelletto.

La seconda moneta funzionò…finalmente.

Ormai, però, sapevo tutto delle “toilets”…metropolitane; così, le “visite” successive che dovetti fare in quel tribolato pomeriggio furono meno affannose.

A parte il problemino fisiologico che vi ho raccontato, Londra mi sembrò molto bella.

All’ora prevista, tutti arrivammo puntuali al pullman e partimmo per il rientro.

Prima di arrivare a Portsmouth, l’Ufficiale che ci accompagnava accettò la generale richiesta di una sosta…tecnica.

L’autista si fermò davanti ad un grande “pub” che si trovava in aperta campagna; entrammo in massa.

C’era musica ad alto volume e c’erano molti tavoli pieni di ragazzi e ragazze che bevevano birra. Poche coppie ballavano, in un fumo azzurrino di tabacco ed in una luce abbastanza fioca.

Attirammo, ovviamente, l’attenzione di tutti.

L’utilizzo dei servizi igienici ci impose dei turni che portarono via parecchio tempo: tempo largamente sufficiente per…“cuccare” (come si direbbe oggi).

In pochi minuti, infatti, tutte le ragazze stavano ballando con noi, mentre i loro ragazzi continuavano attivamente a sbronzarsi.

La “sosta tecnica” si era trasformata in una divertentissima festa da ballo e ciò costituiva un grosso imprevisto per il giovane Ufficiale accompagnatore: il poveretto ne mandava tre sul pullman e…ne scendevano quattro.

Come Dio volle, dopo una sosta assai più lunga del previsto, fummo tutti di nuovo sul bus e partimmo.

Ma percorremmo pochissima strada: l’Ufficiale - facendo la conta - verificò subito che c’erano troppe...teste e che alcune di esse avevano i capelli troppo lunghi…!

Scaricate le intraprendenti e riottose clandestine, la “comandata a Londra” poté finalmente avviarsi alla conclusione, con un rientro a bordo decisamente ritardato.

 

Adesso, però, basta con Cowes.

Dobbiamo andare a Helsinky, passando per il Canale di Kiel; dove, il 6 Agosto 1961, fu scattata la foto che avete visto qualche pagina addietro.

Helsinky fu certamente la sosta e la sorpresa più memorabile della nostra seconda crociera e capirete presto perché.

Incominciamo col dire che, durante la navigazione di avvicinamento, circolò un’inedita tabella “ufficiale”; su di essa, ogni Aspirante ed Allievo (che sarebbe stato franco o di comandata la sera del primo giorno di sosta) doveva registrarsi con nome, cognome, peso ed altezza, trattenendo un foglietto recante il proprio numero di… registrazione.

La cosa era davvero inusuale e, naturalmente, diede luogo ad infinite fantasticherie.

Per la verità, non si trattava affatto di fantastiche elucubrazioni da parte nostra. La tabella era stata veramente richiesta dai nostri ospiti finlandesi, per predisporre abbinamenti appropriati tra noi e le ragazze partecipanti alla cena ed al ballo di gala di benvenuto. Ma noi, naturalmente, non potevamo crederci per davvero!

L’arrivo del Montecuccoli ebbe un’accoglienza molto coreografica, con onori militari davvero grandiosi. L’ormeggio assegnatoci, poi, era veramente prestigioso: di fianco, direttamente al molo della passeggiata a mare della città.

Il molo si riempì subito - e restò costantemente affollato - di curiosi, tra i quali abbondavano le ragazze bionde, moltissime delle quali decisamente carine.

L’aspettativa per il gran ballo della sera divenne altissima.

All’ora prevista ci recammo al bellissimo palazzo in stile neoclassico, sul lungomare, che ospitava la festa; all’ingresso fummo accolti da varie autorità e quindi entrammo in un ampio atrio.

Dall’atrio partiva un grandioso scalone, che saliva al primo piano, dove avremmo cenato e danzato.

Su ciascun gradino dello scalone stava dritta una fanciulla, in abito da gran sera, che mostrava un cartoncino con un numero. Dalla “numero uno” del primo gradino, su su fino all’ultima; la quale si trovava (esauriti i gradini) al termine di una lunga fila allineata nel salone da ballo.

Restammo sbalorditi.

Ma non per la bellezza delle ragazze: per la loro scarsissima…avvenenza!

Certo, ce n’erano alcune molto carine ed altre accettabili, ma la maggioranza era costituita da fanciulle decisamente…“racchie”, con presenza di veri e propri “scorfani”.

Le cose non potevano mettersi peggio.

Io avevo un numero corrispondente ad un gradino della parte alta dello scalone, sicché non riuscivo a distinguere…cosa mi fosse capitato.

Tutti, comunque, dovemmo decidere in cuor nostro che, ci fosse toccata una “racchia”, avremmo trovato anche il modo di…sostituirla.

Cominciando col nostro “numero uno”, iniziammo - in ordine progressivo - a salire la scala ed a formare le coppie.

Facendo buon viso a cattivo gioco, ognuno si prese la propria compagna e salì con lei nel salone, andando a posizionarsi - in bell’ordine - in una zona all’uopo destinata.

Salivo lentamente, con comprensibile ansia, e cercavo di individuare la mia “contromarca”; finalmente potei verificare che ero stato uno dei…troppo pochi fortunati. Anzi, fortunatissimo.

La mia compagna della serata era davvero assai carina!

Ho detto “fortunatissimo” per due motivi: primo perché feci coppia con una bella fanciulla, poi perché la “regola del gioco” (che gli “sfortunati” dovettero imparare prestissimo) prevedeva che le coppie fossero inseparabili per tutta la festa!

Ci si dovette sedere ai tavoli assegnati, che recavano i numeri delle coppie, e non si poté neppure tentare un cambio di posto.

Alla sinistra della mia partner, che mi sedeva di fronte, capitò un Aspirante (sapeste quanto ho cercato di ricordarmi - inutilmente - chi fosse!) che aveva avuto in sorte un vero scorfano; alla destra sedeva un “innocuo” ufficiale finlandese.

L’Aspirante dimenticò la propria compagna (che era davvero bruttina e sedeva alla mia destra) ed iniziò subito a “sfruguliare” la mia, cercando anche di sfruttare (nei miei confronti) il vantaggio del grado.

Ma non dovetti difendermi: la “mia ragazza”, che aveva immediatamente capito la subdola manovra, lo “mise a posto” spiegandogli che stava perdendo il suo tempo. Le coppie erano - per l’appunto - indivisibili, sia a tavola che nel successivo ballo!

Fu così che io ed altri pochissimi passammo una magnifica serata. Per molti fu una noiosa perdita di tempo. Per alcuni fu addirittura un incubo!

Comunque, i pochi fortunati si trovarono le simpatiche e belle compagne dell’intiera sosta; gli altri si rifecero alla prima franchigia o…comandata.

 

Dico “comandata”, perché - per numerosi Allievi - fu quella l’occasione di folgoranti incontri.

Il mattino del secondo giorno, infatti, partecipammo ad una solenne cerimonia che si svolse nel cimitero della città.

Si dovevano rendere gli onori militari dell’Italia e portare due corone alla tomba- monumento dell’Eroe Nazionale finlandese dell’ultima guerra: il famoso Generale e Presidente Mannerheim (Carl Gustaf Emil von Mannerheim).

Arrivammo con un paio di pullman (eravamo un plotone numeroso) fino all’ingresso del cimitero; scendemmo e, prima di entrare, indossammo i cordoni, i guanti e le uose bianche. Imbracciati i fucili ed in lunga fila (per tre), preceduti dalla banda di bordo, imboccammo il viale centrale (il monumento sorgeva alla fine del viale).

E restammo doppiamente sorpresi.

Nella bella mattinata di sole, le mille aiuole fiorite e le quasi invisibili lapidi che punteggiavano appena i verdissimi prati ci diedero l’impressione di essere in un bel giardino pubblico. In quel luogo non c’era assolutamente nulla di funebre.

La seconda sorpresa fu la popolazione di quel giardino.

Era costituita esclusivamente da bellissime ragazze bionde, che accudivano le aiuole.

I nostri sguardi incominciarono a vagare, dimenticando un po’ l’esigenza di marciare perfettamente allineati e coperti...

Gli sguardi delle ragazze, invece, non vagavano affatto. Erano letteralmente fissi su quel plotone di bei ragazzi mediterranei che marciavano indossando una strana divisa…decisamente bella.

Comunque, mantenemmo un comportamento irreprensibile e partecipammo ad una cerimonia piuttosto lunga, afflitta da incomprensibili discorsi ufficiali.

Le ragazze, intanto, avevano lasciato zappette e cestini, per assistere da vicino all’evento.

Terminati i discorsi e gli squilli di tromba, marciammo verso l’uscita, scortati dal codazzo delle sorridenti fanciulle.

Ci togliemmo le “bardature” e le posammo, coi fucili, sui pullman.

Poi successe l’incredibile: tutti coloro che - quel giorno - erano “franchi” chiesero all’Ufficiale in comando di poter iniziare subito, da lì stesso, la franchigia.

“Ma, come, qui al cimitero?” (Il cimitero era un po’ decentrato).

“Perché no?”.

Insomma, alcune decine di noi (io, come sapete, ero già “sistemato”) rientrarono in quel…tranquillo luogo. Luogo recintato da un’alta inferriata.

E alcuni che - come il buon Virginio (Laurenti) - vi si trattennero piacevolmente fino a notte, trovarono i cancelli chiusi e dovettero scavalcare l’alta recinzione per tornare a bordo!

 

Ah, Helsinky!

Solo lassù vedemmo anche i famigli dell’Accademia indossare la loro (bella) divisa per uscire a diporto!

Giovani, meno giovani e padri di famiglia si facevano allegramente passare per Ufficiali e Sottufficiali, in vista di facilissimi abbordi.

Anche ai Marinai di leva più modesti e selvatici, magari pescatori di Mazara del Vallo, bastava sporgersi da bordo, a qualsiasi ora, e - agganciato lo sguardo della ragazza che più interessava - organizzare (a gesti) l’appuntamento per l’inizio della franchigia. E nessuno ebbe mai un “bidone”.

 

Tutto questo clamoroso successo degli italiani con le belle finlandesi, tuttavia, diede presto nell’occhio. Specialmente in quello dei giovani locali, che - di norma - preferivano la compagnia delle bottiglie a quella delle ragazze.

Fu così che, una sera, alcuni dei nostri furono affrontati da gruppetti di ragazzi locali, decisamente poco amichevoli.

Qua e là scoppiarono piccoli tafferugli; dal che l’ordine di non andare più in giro isolati, specialmente di sera. Fortunatamente, questo bastò a prevenire complicazioni.

 

Ancora frastornati per le meraviglie di Helsinky, arrivammo a Bergen.

Sosta senza particolari ricordi: a parte la bellezza della (piccola) città e una gita turistica nell’interno, per vedere certe antiche chiese lignee, tipiche della Norvegia.

 

Possiamo quindi andare subito a Dublino.

Capitale (allora davvero povera) della verde (e piovosa!) Irlanda, Dublino ci accolse - assieme al carissimo Vespucci, che si trovò lassù in quegli stessi giorni - affiancati ai lati opposti d’un vastissimo e deserto molo, decisamente lontano dal centro.

Ma appena sufficiente, quando arrivò la Domenica con le tradizionali visite a bordo, per accogliere le migliaia di pazienti irlandesi che, disposti in lunghissime ed ordinate file spontanee, attesero di visitare quella bellissima nave a vela, con lo scafo a righe bianche e nere, e quell’incredibilmente lunga nave grigia.

Che dire, poi, di Dublino? Beh, non molto: se non la “triste” esperienza dei tè danzanti presso la “Legion of Mary” ed una lunghissima (e piovosissima) trasferta in bus per visitare una sperduta basilica immersa nel verde d’una fitta foresta.

Dopo le bionde finlandesi, le dimesse e rosse irlandesi non ci sembrarono tanto entusiasmanti; né la pioggia e le locali antichità poterono interessarci più di tanto.

Un fatterello curioso, però, mi accadde.

La povertà del paese era visibile e palpabile; quello fu, infatti, l’unico posto in Europa dove trovammo la piaga dei ragazzini questuanti che ci importunavano un po’ dappertutto.

Un giorno, uscito in franchigia, mi trovavo alla fermata dell’autobus per il centro, con un gruppetto di Allievi ed assieme ad un giovane Sottufficiale Meccanico col quale ero spesso di guardia.

Fummo avvicinati dai soliti ragazzini petulanti e, senza voler apparire troppo bruschi, cercammo di tenerli a bada.

Uno di loro, un bel ragazzino sveglio, mi affiancò e mi fece capire che voleva vedere il mio spadino. Glielo mostrai, tenendolo ben stretto in mano.

Allora lui simulò il gesto di sfoderarlo, affinché gli mostrassi la lama. Lo sfilai e, incautamente, accettai la sua implorazione di poterlo impugnare.

Glielo porsi e, in un baleno, stava già correndo via col suo (mio) trofeo in mano!

Fortunatamente l’amico Sottufficiale, che era più scafato e sveglio di me, si esibì in un vero e proprio placcaggio: bloccò il piccolo infingardo e mi restituì quel prezioso accessorio della mia divisa, salvandomi da serissime conseguenze.

Lo ringraziai di vero cuore.

 

Di Anversa dirò solo che risultò una città piuttosto bella e che mi procurò la (interessante) visita di un’enorme centrale nucleare, vera novità tecnologica per quegli anni. Si trattava dell’impianto di Mol.

Per la verità, andando verso Mol, ci fermammo a visitare (secondo il mio “Giornale Particolare di Bordo”, per ben 47 minuti!) la bellissima Bruges.

 

Ed ora, rieccoci a Gibilterra. Luogo ricorrente nella mia vita, vi tornerò altre volte.

Questa volta, non assillato dagli studi, la visitai per benino tutta (non che ci voglia molto!), facendo anche la conoscenza delle famose ed intraprendenti scimmiette.

 

(°) Congegno girevole che interrompe e fa confluire su di sé le catene delle due ancore, impedendone l’attorcigliamento derivante dal continuo ruotare della nave.

 

Rientrati quindi nel nostro bel Mediterraneo, facemmo le soste meno esotiche (che vi abbuonerò) che avete letto nell’itinerario descritto a pagina 31.

 

 

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