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GLI ANNI BLU DI FABIO PEDERNESCHI

IL CONCORSO DI LIVORNO

 Il 28 Luglio 1959 sostenni l’ultimo orale dei miei esami di Maturità.

Il 4 Agost o, dopo un’intiera (!) settimana di vacanza, ero già a Livorno per la Visita Medica di ammissione al concorso. E, ufficialmente, non sapevo nemmeno se ero “maturo” oppure no; avevo solo la rassicurante confidenza del “membro interno”, signora Sechi, che “potevo stare tranquillo”.

Rimasi là quattro giorni, dei quali gli ultimi due solo per riacquistare la normale capacità visiva menomata dall’Atropina (che ci avevano messo negli occhi per dilatare le pupille).

In quei due giorni di noiosissima e “orba” attesa, a parte il sollievo per il superamento del primo vaglio (dei circa tremila concorrenti, dopo la visita medica ne restavano meno di 300), c’era solo il diversivo delle canzoni di Peppino di Capri, diffuse a volume mostruoso dai vicini “Bagni Pancaldi”.

 

A casa per un’altra breve vacanza di qualche giorno, subito dopo Ferragosto dovetti tornare in Accademia.

 

Questa volta fummo messi in divisa da “concorrente” ed iniziammo il cosiddetto “Tirocinio” di preparazione agli esami di ammissione: esami previsti per la seconda metà di Ottobre.

Non starò a raccontarvi l’intensità delle lezioni e delle continue prove scritte e orali; nonché la crudezza delle selezioni e decimazioni continue, anche perché Giordano (°) e tutti gli Olimpici la conoscono già.

Dirò solo che, già prima degli esami, era “sparito” un altro centinaio di concorrenti.

 

Io avevo specificatamente chiesto, sulla mia domanda, di entrare nel Corpo del Genio Navale.

Ai primi di Ottobre, il Comandante al Concorso e Comandante designato alla Prima Classe, Capitano di Corvetta Nardi, mi convocò a conferire nel suo ufficio.

Temendo che fossi anch’io incappato nell’ennesima “decimazione”, mi recai subito in segreteria, con un “magone” mal dissimulato e grande così: il mio sogno poteva essere già finito.

Invece, nessuna “decimazione”.

Non avevo ancora ripreso fiato quando il Comandante dichiarò che, se avessi superato gli esami, non sarei stato ammesso al Genio Navale.

Motivò la cosa col fatto che io avevo la vista perfetta e, quindi, dovevo entrare nello Stato Maggiore. Tra i concorrenti c’era carenza di “falchi con 10/10” e, siccome ai “Corpi Tecnici” potevano accedere anche concorrenti con leggero deficit visivo, io sarei stato “necessariamente” dirottato allo Stato Maggiore, nonostante la preferenza espressa sulla mia domanda.

Io ascoltavo in silenzio e meditavo.

Infine il Comandante mi chiese: “Se non potrà entrare nel Genio, lei cosa farà?”.

Io prontissimo, ma col gelo nel cuore, risposi: “Tornerò a casa, Comandante!”.

Lui non reagì minimamente e si limitò a concludere: “Ho capito; adesso può andare”.

 

Arrivarono gli esami e li affrontai piuttosto bene; ma, da duecento, dovevamo ridurci ancora a 121.

Venne, infine, “il giorno del giudizio”.

Tutti riuniti nel vasto “Studio Prima e Seconda Classe” attendevamo la lettura delle graduatorie. Il silenzio era tombale.

Furono letti tutti gli “Ammessi” dello Stato Maggiore: Dopo il trentesimo (erano più di settanta) iniziai a preoccuparmi. Non potevo essere così indietro in graduatoria: mi avevano eliminato perché volevo “per forza” il Genio.

Quando fu letto l’ultimo nome dello Stato Maggiore, non essendo mai stato chiamato, mi sentii perso.

Sarei dovuto tornare a casa per cercarmi un lavoro: e solo per la mia incosciente testardaggine.

Iniziò quindi la lettura degli Ammessi al Genio.

Quasi non ascoltavo neppure più.

Ma mi riscossi violentemente quando sentii: “Dodicesimo, Pederneschi Fabio”.

Gioie simili non si provano molte volte, nella vita!

 

Terminata la lettura, risultò che gli ammessi non erano neppure cento in tutto. La selezione era stata troppo severa. Sarebbe quindi subito scattato un “Concorso Suppletivo” per 23 posti…cui potevano partecipare anche i “maturati ad Ottobre”.

 

Come ho detto, la mia felicità era alle stelle; ma volevo sapere come mai ero stato accontentato, specialmente in considerazione della grandissima falcidia.

Chiesi al Comandante Nardi se potevo conferire con lui un momento; “Venga Pederneschi, mi disse sorridendo”.

Gli feci la mia domanda e, con un’espressione un po’ misteriosa, mi rispose: “Non è quello che voleva? Buona licenza!”.

 

Come Giordano otto anni prima, anch’io tornai a Varese con quella divisa blu. Anche se nessuno mi aspettava alla stazione, non si poteva essere più felici di me

 

  (°) Il più grande dei miei due fratelli maggiori. Entrato in Accademia nel 1951 (Corso Australi), Giordano era - allora - Tenente del Genio Navale ed era imbarcato sulla Fregata Canopo. Ora è l’autore della prefazione a questo mio zibaldino.

 

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