CORSO OLIMPICI

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GLI ANNI BLU DI FABIO PEDERNESCHI

 

IL FAMIGLIO CRISTALLINI

 

Superati gli esami finali della Terza Classe, andai in licenza in macchina.

La lasciai a Varese e tornai a Livorno in treno per la mia seconda crociera sul Montecuccoli.

La prima sorpresa fu di trovarvi imbarcata una mia vecchia conoscenza varesina: Mauro Caraffa. Tenente del Genio, fresco di laurea, faceva parte del personale di macchina dell’Incrociatore.

L’itinerario dell’ultima Campagna Navale d’Istruzione accademica non era particolarmente eccitante: Livorno, Villefranche, Brindisi, Trieste, Venezia, Ancona, Corfù, Istambul, Rodi, Beirut, Suda, Malta, Taranto, Augusta, Cagliari, Portoferraio, Livorno.

Su questa crociera ho pochissimi aneddoti validi da raccontarvi.

 

Posso comunque ricordare - anche perché lui lo fa spesso con amici e conoscenti - una comandata ad un cocktail party nella villa di Gianni Agnelli a Villefranche; cocktail cui io neppure partecipai, ma cui partecipò - appunto - il mio amico Franco (Corso) ed una signora molto…famosa all’epoca: una certa…Soraya.

 

Fatto felice il caro Franco, andiamo direttamente a Beirut.

Ma solo per dire che, in quel porto (allora assai pacifico e meta del bel mondo della finanza, compresa quella…allegra: ricordate Felice Riva?), imbarcammo dell’acqua potabile che lo era assai poco (potabile)!

Infatti, appena ripreso il mare alla volta di Suda (Creta), iniziarono i primi malori diffusi, con febbre, vomito, diarrea, eccetera.

La situazione divenne rapidamente grave, per non dire gravissima. Lo staff medico di bordo fece del suo meglio, ma - purtroppo - ci fu persino un decesso.

La povera vittima fu il Capo Famiglio Cristallini.

La salma fu avvolta in un involucro di nylon e riposta nella cella frigorifera della carne (dove, un giorno, avevo visto immagazzinare quarti di bue congelati e vistosamente  marcati: “Argentina - anno 1952” !!!).

All’arrivo ci fermammo in rada, per lo sbarco della salma. Sbarco che aveva già coinvolto il Comando di bordo, le autorità locali greche, il nostro Console e, naturalmente, il nostro Ministero.

Fu anche previsto un picchetto di Allievi, per rendere gli onori al defunto: a me, purtroppo, capitò di dover comandare quel picchetto.

Così, alle ore 13.30, mi trovai - con 12 Allievi e in divisa ordinaria - al centro sinistra per la cerimonia di sbarco, fissata per le 14.00.

Il sole era a picco e, sulla lamiera d’acciaio della coperta, c’erano ben più di 40°.

Ci fu un gran movimento di mezzi greci e di vari personaggi da terra, poi la cerimonia di sbarco fu rimandata di un’ora. L’autorità locale non accettava la salma se non chiusa in una vera e propria cassa da morto.

Con tutta l’urgenza dettata dalla kafkiana situazione, i carpentieri di bordo costruirono la cassa. Non era di lusso, ma era assolutamente decorosa; comunque, non fu disponibile per le 15.00, ma per le 15.30 circa.

A quel punto, quando tutto era pronto e noi eravamo sotto il solleone ormai da due ore, sorse una nuova complicazione.

Il povero Cristallini dovette andare in frigorifero per la terza volta, perché la cassa di legno era stata realizzata senza la fodera interna, di lamiera saldata, a tenuta stagna.

Costruire la custodia metallica interna avrebbe richiesto troppo lavoro, quindi si dovette far arrivare una vera e propria bara da terra. E ci volle del tempo.

Intanto il picchetto ed il suo comandante (sempre io) stavano lì ridossati e pronti, sotto il sole e prossimi al decesso loro stessi…

Come Dio volle, tutte le esigenze furono soddisfatte ed il Capo Famiglio Cristallini uscì definitivamente dal frigo. Erano quasi le 18.

Il poveretto ebbe i suoi…sudatissimi onori ed iniziò il suo ultimo viaggio verso il cielo, imbarcato su di una…motolancia.

 

Un’altra storiella di questa crociera riguarda Trieste.

Ci fu una (piacevole) comandata notturna al Castello di Miramare, per assistere ad un fantasmagorico spettacolo di “Suoni e Luci” imbastito attorno alla storia del… padrone di casa: Massimiliano d’Asburgo.

Siccome arrivammo con notevole anticipo e non era ancora buio, molti di noi - invece di andare subito a sedersi sulle tribune - si sparpagliarono, visitando il parco e l’esterno del castello.

Così accadde che, quando ebbe inizio lo spettacolo, tra valzer viennesi e colori rutilanti, un potentissimo faro illuminò - di colpo - la lunga terrazza che si affaccia sulla deliziosa caletta.

Gli spettatori poterono allora assistere ad una coreografia che risultò esilarante per noi e misteriosa per tutti gli altri. Comunque, non programmata dal regista.

Si vide, infatti, una fila di una decina di “giovani Ufficiali di Marina” nelle loro belle divise candide i quali - appena illuminati dall’abbacinante proiettore - come un sol uomo si abbassarono sotto la balaustra di marmo e percorsero “gattonando” tutta la lunga terrazza, fino a sparire nella notte…

 

Le altre soste italiane non contribuirono ad aumentare la collezione di aneddoti “memorabili”, così - mandata rapidamente a picco la “fetta di nave” di Maricensicur - rientriamo direttamente a Livorno.

A Taranto, per la verità, ebbi anche uno dei rari incontri “in servizio” con mio fratello Giordano.

 

A Livorno mi aspettavano alcune cose piacevolissime: mamma, Annamaria e Roberto, che erano venuti a incontrarmi (con la mia macchina), la licenza di diciotto giorni ed il successivo inizio della Quarta ed ultima Classe. 

 

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