CORSO OLIMPICI

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GLI ANNI BLU DI FABIO PEDERNESCHI

 LA FIACCOLA OLIMPICA

 Nell’Agosto del 1960 Atene era caldissima.

Era una città povera e sporca; una vera delusione, per una così famosa ed antica capitale. Persino le vie del centro erano quasi tutte in terra battuta, con rigagnoli di scolo nel mezzo.

La cosa più moderna era la “metropolitana”, che ci portava dal Pireo al centro di Atene; essa costituiva, però, una piccola prova psicotecnica, poiché aveva indicazioni solo in greco.

La sosta al Pireo, con le pur interessantissime comandate a Delfi (che viaggio, con le strade di allora!) ed al Partenone, era comunque la più importante della crociera: era, infatti, programmata per imbarcare il Sacro Fuoco destinato alle Olimpiadi di Roma!

 

La sera del 14 Agosto 1960, con una bella ma sobria cerimonia, il Fuoco di Olimpia arrivò a bordo del Vespucci per mano del nostro Giulio (Francardi, primissimo tedoforo italiano) ed attizzò la fiamma nel tripode appositamente predisposto a poppa. Attizzò anche una fiammella di sicurezza, in una specie di stufetta “blindata” e dotata di doppia bombola a gas, all’uopo costruita e fornita dall’Agip: non si poteva rischiare che la fiamma del tripode, per cause meteorologiche, si spegnesse!  

 

Lasciata Atene il mattino del 15, il Vespucci entrò nella rada di Siracusa e diede fondo proprio nel centro della stessa, alle 22.00 del 18, dopo una giornata temporalesca.

 

Non starò a raccontarvi a quali…sevizie fummo sottoposti, durante quei quattro giorni di navigazione verso l’Italia. Con a bordo una troupe televisiva ed uno stuolo di giornalisti, fummo costretti ad ogni sorta di manovre dimostrative, al solo beneficio della Stampa e dei numerosissimi obiettivi…

Comunque, come Dio volle, entrammo nella rada di Siracusa, dopo l’ultima improba fatica del serraggio delle vele.

La coreografia dell’evento prevedeva che si facesse la manovra di ingresso e di ancoraggio nel buio totale, con nave oscurata. Poi, quando la nave fosse stata ferma nel centro della rada (una bella rada quasi perfettamente circolare), le numerosissime fotoelettriche predisposte dall’Esercito (distribuite lungo tutto il cerchio costiero) avrebbero illuminato - di colpo e contemporaneamente da ogni lato - il maestoso Vespucci.

La coreografia ebbe un successo veramente grandioso e fu seguita dall’esplosione di fuochi artificiali più vasta, ricca e prolungata che io abbia mai visto in vita mia.

 

Ma, per la buona riuscita della scena, il Vespucci doveva dar fondo in perfette condizioni estetiche, con tutte le sue vele perfettamente serrate.

E questo fu il nostro guaio!

Per la pioggia che ci aveva perseguitato durante quel giorno, le vele - già pesanti da sole per la spessa e grossa tela di canapa di cui erano e sono fatte - divennero pesantissime e fu davvero una fatica immane, per noi arrampicati lassù sui pennoni, serrarle nel modo impeccabile che ci veniva ordinato.

Io, come tutti, quella sera lasciai la pelle delle nocche di tutte le dita su quelle faticosissime vele che non si volevano far afferrare dalle mani nude e raspavano l’epidermide bagnata dalla tela intrisa d’acqua.

 

A pensarci ora, credo proprio che la successiva riluttanza del nostro Corso ad accettare il nome di battesimo di “Olimpici” sia nata soprattutto da quelle dolorose escoriazioni…!

 

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