CORSO OLIMPICI

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GLI ANNI BLU DI FABIO PEDERNESCHI

GIBILTERRA.

 

L’itinerario della nostra prima Campagna Navale d’Istruzione fu quasi tutto ”mediterraneo”, con una breve uscita in Atlantico, per visitare Casablanca e Lisbona (Livorno, Rodi, Pireo, Siracusa, Napoli, Casablanca, Lisbona, Gibilterra, Portoferraio, Livorno).

 

In effetti, a parte il Pireo ed Atene, di cui sapete già abbastanza, tutte le altre soste furono - per chi scrive - sempre più sacrificate a causa dei particolari doveri di studio e della crescente preoccupazione per gli esami di Analitica e Fisica Uno da ripetere al rientro a Livorno.

 

Di Rodi mi resta un piacevole ricordo, per la bellezza dei luoghi e per la sorpresa di sentire tanta gente (praticamente tutti coloro che avevano più di trent’anni) parlare ancora (almeno con noi) l’italiano. Mi resta anche viva la curiosa impressione che provai vedendo circolare un (povero) parco automobilistico composto ancora - in buona parte - da vecchie Balilla, Aprilia, Augusta ed altri modelli ormai rari o spariti in Italia.

 

Di Napoli, dove sostammo in coincidenza con lo svolgimento delle regate olimpiche nel golfo, ricordo le diverse visite che feci…ai telefoni pubblici per accompagnarvi il buon Arturo (Conti); al quale, evidentemente, non bastava la quotidiana lettera della sua Enrica (una lettera al giorno: ogni giorno, con regolare numero progressivo scritto sull’esterno della busta, per consentire una lettura in corretta sequenza…!).

Ricordo anche una piccola disavventura capitatami andando a mangiare una “vera pizza napoletana” in un vicolo dalle parti di “Spaccanapoli”.

Eravamo in quattro e la “tipica pizzeria” era un localino di infimo livello, ma affollatissimo. L’arredamento era - a dir poco - miserabile e non c’erano due sedie uguali fra loro.

Disgraziatamente, la sedia di legno scuro che capitò a me fece un brutto scherzo ai miei pantaloni; quando mi alzai, i miei compagni mi avvertirono che avevo il sedere tinto dello stesso marrone scuro della sedia.

Poiché la divisa aveva il giubbetto blu ed i pantaloni bianchi candidi, la cosa era - a dir poco - evidente e…tragica per il mio rientro a bordo.

Così decidemmo di camminare in “formazione stretta”, io davanti e gli altri tre dietro, in posizione “avvolgente”, per nascondere le mie terga che erano orribilmente…fuori ordinanza.

Arrivai comunque a bordo senza scandali e riuscii persino a “gabbare” l’Ufficiale di Guardia e ad eludere tutti i controlli ed i possibili sguardi “pericolosi” fino al mio stipetto! Al resto pensò la lavanderia di bordo.

Sulla sosta a Napoli posso rammentare un’altra cosetta, a precipuo beneficio delle eventuali signore lettrici: in occasione di un cocktail party a bordo, tra i numerosissimi invitati “importanti”, ci fu la (allora) Principessa Beatrice d’Olanda, alla quale ebbi il privilegio (come gli altri miei compagni di comandata) di essere presentato e di fare il mio primo impegnativo baciamano.

 

Di Casablanca ricordo solo una gran camminata in un pomeriggio di caldo cocente, una sfilata in parata mattutina molto applaudita ed accompagnata dai tipici vocalizzi trillanti delle donne (che ci lasciarono più interdetti che orgogliosi) nonché il tè alla menta servito da un cameriere che lo faceva cadere nel bicchiere da più di un metro d’altezza.

 

Lisbona, bella ed antica (allora anche assai cadente) capitale, mi vide solo per una fugacissima franchigia che si spinse - però - fino a Cascais. Località che fu visitata (privatamente) da buona parte dell’equipaggio, perché ospitava la residenza di Re Umberto II; residenza che, peraltro, né i miei compagni di escursione né io riuscimmo ad individuare con certezza.

 

Adesso tocca a Gibilterra.

Giacché il titolo di questo capitolo è - appunto - Gibilterra, penserete che vi racconterò chissà cosa.

Invece il titolo è stato attribuito “per difetto”.

L’unica franchigia che mi permisi e che sottrassi allo studio fu di poco più di mezz’ora! Faceva molto caldo, così mi resta un unico piccolo (e piacevole) ricordo, legato ad un “cartoccio” di latte freddissimo prelevato da una (per me assolutamente inedita) “vending machine” che si trovava all’interno dell’Arsenale inglese.

L’altra sola cosa che ricordo di quella sosta si riferisce a quando riprendemmo il mare per infilare lo stretto in direzione del Mediterraneo. Incontrammo un vento contrario così persistente e forte che il Vespucci fu costretto a procedere (si fa per dire: di fatto, restammo quasi fermi al traverso della rocca per moltissime ore!) a motore, con tutte le vele serrate ed i pennoni bracciati di punta. Anche così, tuttavia, la resistenza al moto era tale che si ebbe modo di imparare a memoria quell’incombente sagoma scoscesa, in tutte le condizioni di luce diurna e notturna.    

 

La tappa di Portoferraio non mi ricorda altro che una tristissima (per me) cena di festeggiamento di fine crociera, con distribuzione (agli altri) dei numeri “2” d’argento da applicare al colletto della divisa ordinaria. A me, niente: dovevo ancora guadagnarmeli, superando gl’imminenti esami di riparazione.

 

Il titolo di questo capitolo ha un altro importantissimo motivo di essere. Fu, infatti, Gibilterra a salutarci come “Olimpici” freschi di battesimo!

Le ripetute “votazioni” per decidere il nome del Corso (con relativi comizi, discussioni, astensioni e coalizioni) si erano, infatti, svolte durante il trasferimento da Lisbona a Gibilterra. E si deve ammettere che, se alla fine scegliemmo il nome di cui poi andammo (e andiamo tuttora!) fierissimi, fu soprattutto per merito della pervicace (ed “indebita”) insistenza del Comandante Verga.

Comunque, secondo quanto leggo sul mio ingiallito “Giornale Particolare di Bordo”, alle 14.16 (ora di bordo) del 5 Ottobre 1960, diventammo ufficialmente “Olimpici”. Fatto che fu immediatamente celebrato con una salva di saluto sparata in pieno Atlantico e che mi costrinse subito a dare “precedenza assoluta” al concepimento ed alla realizzazione dello Stemma del Corso Olimpici (lo scudo acheo, orlato da greca, recante una stilizzata fiaccola olimpica). Il mio “parto” riscosse il plauso del committente (che era poi Franco, il Capo Corso) e fu prontamente approvato da tutti senza alcuna modifica (non ne avrei comunque accettate: io sono sempre stato un tipaccio così…); il che mi diede anche l’esclusivo privilegio di…riprodurre lo stemma, ingrandito enormemente, al centro della neonata Bandiera ufficiale del Corso.

 

La nostra crociera sul Vespucci fu tutta qui?

 

Beh, qualcosa ancora voglio dirvela.

Per esempio, voglio ricordare come il “tutor” Professor Ripoli (che pure durante l’anno non aveva mai riscosso le nostre - e mie - simpatie) si dedicò con sincere passione e comprensione a seguirmi nel mio recupero in Analitica e Fisica.

Poi desidero ricordare le attività di bordo che più ci…piacevano: come il lavaggio della coperta coi frattazzi e la soda caustica (a piedi nudi…come bruciava!), l’interminabile raschiettamento delle tavole di teak effettuato utilizzando frammenti di vetro da finestra fornitici dal Nostromo, nonché la penitenza dell’“ultimo rolla lo sferzo” alle chiamate delle squadra di guardia in coperta (che dormiva per terra e si  riparava dall’umidità notturna stando distesa sopra e sotto un vasto e ruvido sferzo di tela “Olona”).

Un’altra curiosa attività di bordo, che però fu esclusivamente mia, fu quella di…amanuense; per illustrare e scrivere le molte centinaia di menù che servirono alla mensa del Comandante per gli innumerevoli pranzi e cene di rappresentanza che egli dava in ogni porto. La mia fama di disegnatore e grafico aveva ormai varcato le Colonne d’Ercole...

 

Per concludere desidero, infine, dedicare un po’ di spazio alle osservazioni stellari ed al calcolo del punto nave.

Sì, io ero del Genio e questo argomento - in teoria - non mi dovrebbe riguardare. E non mi avrebbe riguardato, se non avessi un compagno di Corso di nome Virgilio (Pennino).

Lui era di Stato Maggiore e - come tale - doveva esercitarsi a riconoscere le stelle, rilevarne l’altezza col sestante (almeno tre stelle in posizione appropriata e prima che l’orizzonte diventasse invisibile) e scendere sottocoperta per eseguire i calcoli che dovevano definire il punto nave.

Qualcuno qui dirà: va bene, ma tu che c’entravi?

Per i non addetti ai lavori, vado a spiegare brevemente.

Bisogna tener presente che l’altezza di una stella ha significato solo se si conosce l’orario esatto in cui è stata rilevata. E qui entra in gioco lo “stoppista”.

Ogni osservatore aveva il suo stoppista, munito di cipollone marcato “Istituto Idrografico” e di torcia elettrica. Quando l’osservatore rilevava un’altezza, dava lo “stop” e lo stoppista doveva leggere ora, minuti e secondi esatti del rilevamento. Questo orario doveva quindi essere registrato (sempre da parte dello stoppista) con carta e penna per il successivo utilizzo nel calcolo con le tavole delle “effemeridi” e via dicendo.

Il mio osservatore era l’ottimo Virgilio; io, quindi, il suo stoppista.

Non starò a confrontare la sua abilità ed i suoi tempi con quelli “record” (come velocità e precisione) del Signor Dei e neppure con quelli dei nostri più abili compagni di Corso.

Non starò a farlo perché sarebbe del tutto ingeneroso.

Siamo d’accordo che l’osservazione non era facilissima.

Per prima cosa bisognava imparare a riconoscere le stelle “utili”, ma, su una nave come il Vespucci che è piena di impedimenti visivi verso il cielo, ciò non era  agevole. Specialmente se il cielo aveva solo qualche squarcio di sereno o se c’erano foschia o nebbia.

Poi occorreva sbrigarsi, per altri due buoni motivi: le tre (o più) altezze vanno prese quanto più ravvicinate possibile nel tempo ed in quadranti diversi, poi devono essere riferite a un orizzonte di sicura individuazione.

Ebbene, il mio “compare” non riusciva a riconoscere le stelle e, se le riconosceva, non riusciva a rilevarle correttamente; quasi sempre si aggirava ancora in coperta (seguito dall’inferocito scrivente) quando se n’erano già andati tutti, compreso l’orizzonte, da un bel pezzo.

Ora, io non vorrei che Virgilio si offendesse, ma deve ammettere anche lui che sto dicendo il vero. Non solo! Dovrebbe anche ammettere che, dopo diverse notti spese in tentativi conclusi miseramente, decidemmo di invertire - segretamente - i nostri ruoli.

Io presi in mano il sestante e, riconosciute rapidamente le stelle (dopo aver visto tante volte ciò che facevano gli altri!), ne rilevavo abilmente l’altezza e davo a lui gli stop.

Dopotutto, avevo una vista da 11/10, da Stato Maggiore; così il sistema funzionò egregiamente per tutta la crociera.

A me non capitò mai più di usare un sestante, ma le stelle più famose le riconosco ancora. 

 

Ora, però, prima di affrontare un nuovo capitolo, qualche lettore vorrà sapere come andarono i miei esami di riparazione.

Non fui il solo a rientrare in Accademia, dopo lo sbarco dal Vespucci. Gran parte del Corso partì felicemente per la licenza di fine crociera, ma diversi miei compagni avevano una materia da “riparare” ed alcuni altri ne avevano due, come me.

Dovetti “sprecare” quattro o cinque preziosissimi giorni di licenza per quei benedettissimi esami.

Prima Analitica, dove mi confrontai con un Tognetti particolarmente arcigno e negativo; sostenni lo scontro con strenua fermezza, ma il risultato finale - pur positivo - non premiò adeguatamente i miei onesti sforzi estivi e l’obbiettivo andamento dell’esame, che fu più che positivo.

Dopo un paio di giorni toccò a Fisica.

Considerato il numero degli esaminandi, avrei dovuto “passare” a fine mattinata. Verso le 10.30, come d’uso, la commissione si prese il “coffee break”; il buon Professor Derenzini uscì dall’aula e mi venne incontro.

“Come sta? Vedo che si è rimesso piuttosto bene!” mi disse.

“Sto molto meglio che a Giugno; grazie Professore” risposi.

“Il Professor Ripoli mi ha detto che ha studiato ed ha recuperato bene” aggiunse.

“Credo di sì, Professore; ho lavorato parecchio”.

“Ha ben presente il Primo Principio della Termodinamica?”.

“Certamente, Professore”.

“E le leggi dei Gas Perfetti?”.

“Anche quelle, certo”.

“Bravo; ci vediamo tra poco” concluse.

Quando toccò a me, chiamato dal suono del campanello, entrai molto tranquillo.

Subii un esame tutto incentrato sul Primo Principio della Termodinamica e sui Gas Perfetti. Uscii con uno sbalorditivo 16 (i voti, in Accademia, erano in ventesimi; il dieci era la sufficienza minima, mentre un sedici corrispondeva - sostanzialmente - ad un “otto” del Liceo); voto eccezionale per un esame di riparazione.

 

Col mio foglietto (recante il voto d’esame) in mano, corsi trionfante in segreteria, per ritirare la mia licenza ed i numeri “2” d’argento da applicare alla divisa.

Ottenni subito la licenza, che era già pronta da firmare, ma non i numeri. Per quelli dovetti aspettare fin verso le 16, quando aprì il negozietto in Barriera Margherita, dove c’era l’Aiutante Maggiore: e lì dovetti letteralmente comperare i miei numeri “2”, pagandoli. Strana regola accademica!

Comunque, come Dio volle, corsi alla stazione per prendere il primo treno che andasse verso nord.

Mi aspettava una licenza un po’ accorciata, ma che avrebbe inesorabilmente influenzato il resto della mia vita.

Vedremo subito perché.  

 

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