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GLI ANNI BLU DI FABIO PEDERNESCHI

ITTERIZIA

Oggi si chiamerebbe epatite virale; allora fu chiamata “epatite itterica” o, semplicemente, “itterizia”.

Ero diventato più giallo di un cinese.

 

Erano i primi di Aprile del 1960 e, proprio quando il corso di studi entrava nelle critiche settimane finali, cominciai a sentirmi spossato, con una lieve febbricola. Dopo un paio di faticosissimi giorni, durante i quali mi sforzai di seguire normalmente tutte le attività di studio e sportive, mi arresi e “marcai visita”.

In infermeria, fino a quel giorno, ero entrato solo per le visite mediche selettive e per le periodiche vaccinazioni (il famoso “mammellone”!) collettive. Non ero certamente un “lavativo”.

La visita del medico di servizio (un giovane Capitano dai capelli rossi) fu sbrigativa e niente affatto accurata: si concluse in pochi secondi, con la classica prescrizione di “una bianca e una rossa” (Aspirina e Chinino) e col rinvio alla normale attività.

Presi quelle (inutili) pastiglie, ma non ce la facevo ad andare avanti. Verso sera, in bagno, mi accorsi di urinare…Coca Cola. Forse il colore era addirittura più scuro. Mi spaventai e mi osservai il viso allo specchio. Era “distrutto” ed il “bianco” degli occhi appariva decisamente giallo. Mi spaventai ancora di più e decisi che, il mattino seguente, sarei andato nuovamente in infermeria e mi sarei fatto sentire.

Difatti, mi sentirono. Fu subito chiamato il Colonnello Rubattu (Capo Servizio Medico dell’Accademia), che fece - in separata sede - una bella “pesciata” a tutto il suo “staff”, per aver perso giorni preziosi nelle diagnosi e cura della mia malattia che fu, appunto, subito definita come grave forma di “itterizia”.

 

Ero, improvvisamente, diventato oggetto di attenzione e cura massimi. Non solo apparivo veramente malconcio, ma andavo subito isolato e tenuto sotto osservazione. Rappresentavo, inoltre, il caso clinico più interessante disponibile, in mezzo a banali raffreddori, influenze, tonsilliti, calli e vesciche, nonché rare appendiciti.

 

Così, mentre ero ricoverato in isolamento, tutti i giorni mi visitavano sia il Colonnello che i due Capitani Medici (compreso quello dai capelli rossi) e mi venivano prescritte medicine e punture di ogni tipo, in quantità…industriale, da parte di ciascuno di loro.

Ormai i medici facevano a chi mi…curava di più, con una somministrazione di medicinali che aveva dello spaventoso.

Difatti, per mia vera fortuna, il buon vecchio famiglio infermiere Lomi (quello muto) si spaventò. Era lui l’addetto alla farmacia e, nella sua lunga esperienza, non aveva mai visto un bombardamento di medicinali così impressionante come quello cui venivo sottoposto proprio tramite suo. Ben presto incominciò a farmi vedere che gettava nei rifiuti almeno metà delle medicine a me destinate, coinvolgendomi in un rischioso (per lui!) segreto che mi salvò la vita.

Dopo quattro settimane, infatti, il giallo e la febbre sparirono, ma i medicinali (che erano pur sempre troppi!) mi causarono una spaventosa intossicazione, con vasta eruzione di pustole purulente su tutto il viso. Ero diventato “mostruoso” e mi facevo paura e pena da solo. Feci paura anche al buon “Gimmi” Pastura, quando venne a trovarmi.

L’intiero corpo medico si preoccupò alquanto; iniziarono quindi a disintossicarmi e, finalmente, a nutrirmi un po’ meglio. Sempre ricoverato, cominciai a recuperare le forze e mi ripromisi di “scappare” da quel luogo di rischio e sofferenza, non appena mi fosse stato possibile.

Avevo ormai perso più di cinque settimane di lezioni: le più importanti dell’anno. Ero “tagliato fuori” in tutte le materie, anche perché la mia debolezza non mi aveva consentito neppure di studiare da solo. Avevo perso circa dieci chili, il morale era… sottoterra e la preoccupazione per il prossimo e lontano futuro mi toglieva il sonno.

Mi sentivo veramente solo coi miei guai.

 

Con la validissima motivazione di dover e voler sostenere il primo esame, a metà Maggio, ottenni di uscire - per qualche ora - dall’infermeria.

Ma c’era una cosa che mi premeva almeno quanto gli esami: era la sfilata del 2 Giugno, a Roma. Come da tradizione, l’Accademia doveva essere rappresentata dalla Prima Classe. Io non potevo non esserci. Così, all’insaputa del Colonnello Rubattu (che ormai mi trattava come un figlio), iniziai anche a partecipare alle quotidiane marce di allenamento per la sfilata. L’attività fisica m’era faticosissima e mi spossava, ma mi ricostruiva rapidamente la struttura fisica, assieme alle razioni speciali di cui godevo, in infermeria.

Dovetti infine brigare non poco, sia col Colonnello Medico che col Comando alla Classe, ma ottenni di partire coi miei compagni per la sfilata; di Roma vi racconterò poi qualcosa, in un prossimo capitoletto dedicato.

 

Riuscii anche a sostenere tutti gli esami (fino alla fine di Giugno), con risultati insperati, anche se forzatamente deludenti.

 

In verità, data la debolezza fisica che risultava evidente a qualunque commissione e la lunghissima assenza dalle lezioni, mi era già stata ventilata l’opportunità di mettere in conto l’eccezionale ripetizione dell’anno. Cosa che veniva concessa solo in casi specialissimi, ma comunque a completo carico della famiglia dell’Allievo.

E questo, per la mia famiglia, non sarebbe stato sostenibile. Mia madre - rimasta vedova da meno di tre anni - s’era rimessa ad insegnare e faceva già uno sforzo immane per pagare quella valanga di medicinali (da Allievi non eravamo ancora protetti dall’ENPAS) che mi era stata somministrata!

 

Così mi buttai allo sbaraglio in ogni esame, superandone (anche piuttosto bene) sei su otto. Bucai Analitica e Fisica Uno.

In Analitica, il buon Tognetti ebbe la malaugurata idea di farmi la domanda decisiva sulla “Nomografia”. Si trattava di un supplemento di Analitica, oggetto di un apposito libro che era stato distribuito a fine Aprile e che io neppure avevo visto! Dovetti ammettere la mia completa ignoranza in proposito e la commissione fu costretta a rimandarmi ad Ottobre.

In Fisica Uno, invece, il buon Professor Derenzini mostrò una sollecitudine commovente per il misero esaminando che aveva davanti, ma io proprio non riuscivo a reggermi. Durante l’esame, parlò assai più lui di me ed era evidente che voleva promuovermi ad ogni costo, sulla base dell’andamento nell’anno scolastico. Ma non ce la fece (la mia collaborazione fu, invero, quasi nulla) e fu costretto a rimandarmi ad Ottobre anche lui.

 

A ripensarci adesso, mi viene ancora il patema; ma anche un feroce orgoglio per aver resistito tanto.

 

Per uno studente che non era mai stato “rimandato a Ottobre” in vita sua, non c’era da essere particolarmente fieri, ma oggi posso ben dire che il passaggio in Seconda Classe col “mio” Corso Olimpici ebbe del miracoloso.

Anche grazie al supporto didattico che ricevetti durante tutta la crociera sul Vespucci ed alla ferrea volontà che ci misi.

Volli, sempre volli, fortissimamente volli…

 

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