CORSO OLIMPICI

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GLI ANNI BLU DI FABIO PEDERNESCHI

L'INEFFABILE LAZZARINO 

Ineffabile Lazzarino!

Cattedratico all’Università di Pisa, da un anno aveva ottenuto anche la cattedra di “Costruzione di Macchine” a Livorno.

Le regole ferree dell’Accademia, però, gli andavano molto strette (forse anche perché era piuttosto…“grasso”): orari rigorosi, effettuazione di tutte le lezioni (senza deleghe ad Assistenti), svolgimento degli esami solo nelle date previste dal Comando, ecc.

Di tutte le regole, ce n’era una che proprio non gli risultava accettabile: quella del libro di testo.

In Accademia, infatti, ogni Insegnante era obbligato a seguire un libro di testo ufficiale, che fosse suo o di altri. Se l’Insegnante voleva un suo proprio testo, doveva scriverselo: l’Accademia, nel suo capace laboratorio tipografico, provvedeva alla stampa ed alla distribuzione agli studenti.

Lazzarino non seguiva alcun libro (nessuno di quelli pubblicati era degno della sua sapienza…), né aveva voglia (o capacità?) di scriverne uno suo.

Allora aveva inventato una scappatoia. Per il primo anno (quello precedente al nostro), avrebbe raccolto gli appunti della classe e ne avrebbe ricavato il testo che sarebbe poi stato adottato da noi, l’anno successivo.

Non so come mai, ma il Comando accettò.

Tuttavia, per ammissione dello stesso Professore, ciò che era uscito dalla raccolta degli appunti dell’anno prima era…inutilizzabile. Frammentario e sconclusionato, non era neppure un…libro!

L’operazione riguardante gli appunti, fu quindi ripetuta con noi, dopo essere stata opportunamente affinata.

Due allievi per lezione (in ordine alfabetico) avrebbero raccolto gli appunti, elaborata la lezione scritta e presentata l’elaborazione al Professore per le sue correzione e valutazione. Sì, valutazione; così il Professore risolveva - in gran parte - anche la seccatura delle interrogazioni, che in Accademia erano regolarmente effettuate come al Liceo.

Dire che l’individuo era strano, è dire poco. Un giorno, per esempio, si presentò con un bel vestito nuovo (color fieno) e passò tutta la lezione (parlava sempre camminando avanti e indietro per tutta la larghezza dell’aula) tentando di infilare le mani nelle tasche della giacca. Queste, ancora chiuse da un’evidente imbastitura bianca, erano inaccessibili; ma lui - dopo migliaia di tentativi inutili - non se n’era ancora avveduto.

Per “tenere a bada” questo poco gestibile Professore, il Comando gli aveva affiancato un Ufficiale (Maggiore G.N. Di Meco) Ingegnere, con l’incarico di Assistente suo e Tutore nostro. Il poveretto ne passò d’ogni colore, come noi!

Comunque, iniziate le lezioni (che, peraltro, erano anche interessanti e costellate di aneddoti e di arguzie varie), incominciò anche il nostro lavoro sugli appunti.

Questi appunti, che dovevano essere facilitati dall’uso di un registratore, cominciarono subito a ricevere le più severe critiche del Professore: non gli andava mai bene niente. C’erano troppi errori, erano incompleti, erano raccolti male o travisavano quanto detto…; quando andava proprio bene, erano appena decenti.

Venne il turno della coppia di cui faceva parte Elio.

Tra le tante cose che Elio faceva bene, c’era anche quella - rarissima - di saper stenografare speditamente.

Così poté raccogliere ed ordinare una lezione perfetta, senza la differenza di una virgola rispetto all’originale.

Certo, in teoria, anche gli altri avevano la possibilità di fare altrettanto, grazie al registratore. Ma non fu mai vero; l’insegnamento “peripatetico” del Professore, infatti, generava solo registrazioni intermittenti ed incomprensibili.

Comunque, Elio ed il suo compagno (forse Paolino?) presentarono un elaborato che, secondo tutti noi, era un vero capolavoro di fedeltà.

Neppure per sogno!

Il giudizio di Lazzarino fu pessimo. Quell’elaborato fu definito come uno dei peggiori…!

 

Tra le tante cose che non andavano bene a quell’ineffabile Insegnante, c’era anche il “disegno”. “Nessuno, in Accademia, sa disegnare!”. Facevamo tutti pena!

Pertanto, quando gli presentavamo i nostri lavori relativi alle “tesine”, i disegni non andavano mai bene.

Dovete sapere che queste tesine erano un lavoro di gruppo. Il gruppo cui appartenevo corrispondeva alla “cameretta” (eravamo sempre noi quattro, anche nella cameretta del “Palazzo Grigio”: Elio, Paolino, Gimmi ed io), con l’aggiunta del “rimorchio” iraniano Abolfazl Messgar Hajosseini.

Il lavoro era distribuito in base alle inclinazioni di ciascun membro del gruppo: così mi fu affidata l’esecuzione di tutti i disegni tecnici. Disegni assai numerosi e complessi, dato che riguardavano gli azionamenti di un grande “agghiaccio timone”, compresa la complicatissima (nelle sue varie sezioni) pompa a portata variabile.

I miei disegni, che erano fatti bene (beh, è vero!), davano un gran fastidio al nostro Lazzarino. Contrastavano intollerabilmente con la sua spesso ripetuta asserzione, “Qui nessuno sa disegnare”.

Arrivato l’esame finale, ci presentammo con i nostri elaborati e con una preparazione difficilmente valutabile (in quanto basata su appunti frammentari, inorganici e - spesso - sconclusionati).

Entravamo secondo i gruppi di appartenenza delle tesine e - mentre uno era interrogato alla lavagna - gli altri ricevevano “compitini” da svolgere sedendo al tavolo stesso della commissione esaminatrice.

Consegnai a Lazzarino i rotoli dei disegni e lui, senza dire una parola e senza mostrarli alla Commissione (cosa che aveva invece fatto per tutti gli altri disegni, abbondando in critiche ed indicando le sue vistose correzioni colorate) li mise da parte. Mi consegnò un grosso volume rilegato in nero e scritto in inglese (titolato: “Torsional Vibrations”), quindi, apertolo all’inizio del capitolo (lungo almeno 40 pagine) “Torsional vibrations in propeller shafts”, mi disse: “Se lo legga, poi mi risolva questo problema”. Il problema era uno dei tanti schematizzati in appendice al libro stesso; riguardava una linea d’assi lunghissima, con cinque cuscinetti portanti più il reggispinta, una certa elica, un certo propulsore, una certa potenza ad un certo numero di giri…

Anche senza considerare alcuni fatterelli (quel libro non era mai stato visto prima, l’esame durava circa 45 minuti in tutto, l’argomento non era mai stato trattato, ecc.), apparve ovvio a tutti i membri della Commissione che si stava attuando un’evidente azione premeditata mirante a “far fuori” l’Aspirante Pederneschi, senza scampo.

Il povero Di Meco (che seguiva ogni esame, senza però essere membro della Commissione) mi sedette accanto e mi disse chiaramente che dovevo solo cercare di non perdere la calma: la perfida manovra del Professore era apparsa sin troppo evidente a tutti i membri e la cosa non sarebbe passata sotto silenzio. Bisognava, comunque, che io imbastissi una qualche verosimile risposta. Col suo aiuto!

Tutti gli altri del gruppo finirono il loro esame (promossi) ed io ero sempre lì, seduto di fronte ad una quanto mai perplessa Commissione, con il buon Di Meco al mio fianco (più in crisi di me…).

Finalmente, fui invitato a sottoporre il mio “elaborato”. Si trattava di un foglio con diversi schemi di linee d’assi ed alcune elucubrazioni scritte che non ricordo più.

Lazzarino prese in mano il foglio e, platealmente quanto più gli riuscì, dichiarò che si trattava di qualcosa di “assolutamente insufficiente”. Di Meco diventò viola.

Allora il Presidente, togliendo - di fatto - la parola al Professore, suonò il campanello e mi congedò.

Uscii dall’aula e cominciai l’attesa del nuovo squillo di campanello, che mi avrebbe richiamato dentro per conoscere il risultato. Certamente negativo.

Passarono infiniti minuti, ma non squillò alcun campanello. Anzi, dopo almeno dieci minuti, arrivarono i famigli con le vivande del “coffee break”. La commissione si prese l’intervallo ed io continuai ad aspettare.

Uscì Di Meco e mi disse di pazientare e di non disperare. Lazzarino aveva tutta la Commissione contro; non solo, il Presidente era furioso con lui, per l’inqualificabile comportamento!

Finito il “break”, la Commissione concluse - finalmente - la discussione.

Squillò il campanello ed entrai. Salutai e, sull’attenti, attesi il verdetto di…condanna.

Il Presidente, senza dire una parola, mi consegnò il biglietto col voto.

Non solo fui promosso; il voto era persino superiore alla sufficienza minima!

Santa e giusta Accademia!

 

Ma la Quarta Classe non fu solo…Lazzarino.

A parte il “Mak P 100” (di cui parlerò tra poco), ci furono - come in ogni Classe - tanti attività ed eventi che ci portarono sempre più vicini all’agognato distacco finale.

Vi racconterò solo un simpatico fatterello che avvenne nel periodo degli esami.

Nei giorni di studio libero, gli Aspiranti potevano recarsi (nell’intervallo del primissimo pomeriggio) alle scuderie e fare circa un’ora di passeggiata a cavallo.

Quelle passeggiate mi piacevano molto, perché si svolgevano sulle colline a monte della nostra zona sportiva.

Il Maresciallo Istruttore (di Cavalleria) si metteva in testa alla “fila indiana” dei soliti 15-20 cavalieri e la conduceva per viottoli e sentieri: al passo ed al trotto. 

Un pomeriggio stavamo rientrando dall’usuale escursione e percorrevamo un’angusta stradicciola che era stretta fra un muretto di pietra ed il recinto posteriore del Centro Sportivo.

Andavamo al passo ed io ero il quinto o sesto cavallerizzo.

Sul muretto sedevano un bambino ed una bambina. Stavano evidentemente giocando ai “cow boys” e la bimba (!) aveva in mano una scacciacani che puntava addosso a noi cavalieri.

Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo entro pochi secondi.

Quando il primo cavaliere (il Maresciallo, che pure montava in modo magistrale) fu “a tiro”, la bimba sparò.

Ma non “per finta”! Sparò veramente, con un bel “botto” della sua scacciacani!

Dire che iniziò il “rodeo”, è un eufemismo.

Il cavallo del Maresciallo s’impennò ed imbizzarrì veramente, mettendo in enorme difficoltà il pur bravo cavaliere.

I cavalli della fila si misero subito tutti a fare la stessa cosa, con scene da “far west”.

Io, tirando le redini con forza sufficiente da far entrare il morso nelle mascelle del mio povero cavallo, riuscii a trattenerlo abbastanza da non cadere.

Ognuno si salvò come poté, ma non mancarono i disarcionamenti; fortunatamente senza danni.

Il danno maggiore, però, rischiò di subirlo una “Volkswagen” bianca che, inopinatamente sbucata da una stradina laterale, si trovò col “muso” letteralmente sotto la zampe anteriori del cavallo - impennato - del Maresciallo.

Non vidi mai retromarcia più repentina!

Il pilota riuscì a sottrarre la sua auto dalle zampe ricadenti del cavallo!

 

Il bello è che, mentre noi affrontavamo la più ardua prova d’equitazione che ci fosse mai capitata, i due infernali ragazzini si divertivano come matti e la dolce bimbetta sparò tutto il caricatore, affinché quel bellissimo “rodeo” non finisse troppo presto!

 

Nei giorni successivi, l’arrivo nella zona del muretto fu attesa da tutti con vero terrore.

Fortunatamente, i due ragazzini non si fecero più vedere.

 

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