CORSO OLIMPICI

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GLI ANNI BLU DI FABIO PEDERNESCHI

LA "PACCHIA" 

Ci era solo richiesto di frequentare le lezioni, dare gli esami ed ottenere la Laurea: senza andare fuori corso.

Una vera, incredibile, godibilissima “pacchia”!

 

I “genovesi” del nostro Corso erano dieci: Beppe (Bernardi), Vittorio (Migliati), Alfio (Todde), Arturo (Conti), Fabrizio (Sorrentino), Carletto (Di Stefano), Virginio (Laurenti), Gimmi (Pastura), Bruno (Russo) ed io.

Gli altri Olimpici erano stati destinati alle Università di Trieste e di Napoli (le uniche altre in Italia dove esistesse la facoltà di Ingegneria Navale e Meccanica).

 

Poiché gli impegni universitari erano assai leggeri (se confrontati con quelli d’Accademia) e ricchi di vacanze, ciascuno si organizzò per trarre il massimo profitto dalla grande libertà di cui potevamo godere per ben due anni e mezzo.

 

Per esempio, Beppe e Carletto, decisero che avrebbero dato subito inizio ad una sistematica e scientifica attività di “battimento” (che sarebbe sinonimo dell’attuale “cuccamento”), evitando accuratamente ogni possibile rischio di “incastro”.

Pertanto, in una delle loro primissime uscite genovesi, si recarono a bordo di una nave (mercantile) da crociera dove aveva luogo una grande festa da ballo.

Naturalmente non erano stati invitati, ma questo era un dettaglio trascurabile.  

“Nessun problema”, dissero.

“Ci mettiamo in divisa - in dinner jacket - e ci presentiamo al barcarizzo: chi volete che ci fermi?”

Così fecero e, grazie alla notevole faccia tosta, salirono a bordo salutati e riveriti.

Fu durante quella festa che Beppe conobbe una certa Anna e Carletto rivide una certa Gisella, da pochissimo conosciuta (proprio nel giorno di San Carlo: 4 Novembre 1963) in un circolo “bene” della città: entrambe erano genovesi.

Le due fanciulle di quel ricevimento sulla “galeotta”...nave sono le attuali signore Anna Bernardi e Gisella Di Stefano!

 

Migliati (secondo il nostro perenne scherzare: Capo Corso e “membro unico” del Corso omonimo “Migliati”) si dedicò a far strage di ragazze, senza tuttavia dimenticare tutte quelle di casa (Taranto). Soleva agire da solo e partecipava poco alle nostre attività collettive, salvo che in occasione della preparazione agli esami più impegnativi.

Una sua fiamma tarantina diventò la mia (e di Virginio!) condanna.

Dovete sapere che la nostra stanza (di Virginio e mia) confinava con la sala ritrovo e dava sul ballatoio delle scale, dove era sistemato un salottino con il telefono d’uso collettivo.

Quando finivano gli schiamazzi e le discussioni dei fanatici del Bridge (abbastanza numerosi da formare diversi tavoli, i “bridgisti” appartenevano ai due/tre Corsi presenti in foresteria e giocavano sempre fino a notte inoltrata), appena di là dalla nostra porta iniziava sempre a squillare il telefono.

Ormai sapevamo tutti che si trattava della “ragazza” tarantina di Vittorio la quale, lavorando nel turno di notte alla società dei telefoni, sfruttava le ore “morte” antelucane per fare lunghissime chiacchierate gratuite col suo Vittorio.

Il suo Vittorio, però, dormiva assai lontano dal telefono e non andava mai a rispondere. Toccava sempre a me o Virginio (se non era - a sua volta - a Taranto dalla sua Marisa!).

Questo finché Vittorio (lui!!!) non si stancò. Ad un certo punto, infatti, incominciò a negarsi e a farci raccontare fandonie varie alla povera telefonista.

La cosa si trascinò per settimane finché, un bel giorno, si presentò ai nostri alloggi una fanciulla tarantina, recante una grossa valigia.

Era l’ora di pranzo e noi eravamo quasi tutti “in casa”, pronti per scendere in mensa.  La ragazza chiese, proprio a Virginio, di vedere Vittorio Migliati.

Lui, effettivamente, era assente; probabilmente in dolce compagnia...ma questo non le fu detto.

Nessuno sapeva quando sarebbe rientrato, ma lei non si mosse. Anzi, chiese di potersi sedere e d’aspettarlo.

Ciò poneva, a noi, due problemi.

Non esistendo ancora i “telefonini”, non c’era modo di rintracciare Vittorio, preavvertirlo e passargli la sua “rogna”.

Poi si temeva che la valigia celasse un’arma che la fanciulla avrebbe potuto usare contro quell’infingardo di Vittorio!

Con una pressante operazione di convincimento, riuscimmo a portare la ragazza a pranzo con noi; nel frattempo, Virginio perquisì la valigia. Fortunatamente conteneva solo vestiario.

Vittorio tornò a tarda sera, ma il seguito della storia lo sa solo lui!

 

Virginio, acquistata una lussuosa Fiat 600 grigia, faceva su e giù per la penisola e passava più tempo in Puglia che in Liguria.

 

Alfio e Fabrizio dedicavano tutto il tempo libero al Bridge, con qualche attività calcistica ed altri passatempi.

 

Arturo viveva praticamente a Livorno e - in quei due anni e mezzo - la sua Enrica lo vide assai più di noi.

 

Bruno era segretamente sposato (a Livorno) e non si vedeva che in prossimità degli esami.

 

Gimmi, invece, si era - di fatto - trasferito nelle sue Langhe, dove si dedicava alle frequentazioni femminili più che allo studio.

Anche lui, però, cadde presto (anche se non così presto come Beppe e Carletto) nelle braccia di colei che poi divenne la signora Gabriella Pastura.

Il buon Gimmi diradò così tanto le sue presenze a Genova che, già nel secondo anno, compariva solo qualche giorno prima d’ogni esame.

Tuttavia li sostenne e superò tutti, senza “sforare”.

L’unico serio problema, per lui, fu la preparazione della tesi di laurea.

Un lavoro che, a tutti noi, prese parecchi mesi, per lui si risolse in pochi giorni.

Essendosi impossessato delle copie di precedenti tesi su di un oggetto simile (un sommergibile convenzionale), eseguì un ignobile “collage”, lo fece rilegare e lo presentò; ricevendo peraltro l’approvazione di tutti i professori coinvolti!

Restavano indisponibili i soli disegni della nave: come il laboriosissimo piano di costruzione.

Lì intervenni io.

In extremis, per consentire all’amico di non perdere la sessione di Laurea (che, per nostra scelta, era l’ultima dell’anno) accettai di fargli tutti i disegni.

Lavorai (chi sa cos’è un piano di costruzione di sommergibile può ben capirmi!) un intiero giorno ed una notte, tracciando le ultime linee in tempo utile affinché il nostro potesse presentare i “suoi” elaborati.

Quelle 24 ore di disegno ininterrotto credo veramente possano configurarsi come record da Guinness.

 

E io, cosa feci, in quei due anni e mezzo?

I fatti parlano da sé.

Intensificai le mie frequentazioni varesine finché, qualche settimana prima della Laurea, mi fidanzai “ufficialmente” con quella famosa Daniela di pagina 28.

La quale, munita di regolamentare anello di fidanzamento e di formale permesso del Commendator Buzio, poté persino venire a Genova per festeggiare la mia Laurea (28 Maggio 1966).

 

“Solo” quello, in due anni e mezzo?

Certamente no: successero tante altre cose, ma non possiamo dilungarci troppo oltre.

Dirò, comunque, che ebbi modo di cambiare la 1.100 bianca con una…lussuosa 1.300 “fumo di Londra”, firmando un bel po’ di cambiali.

Poi dirò anche che imparai a sciare. Assieme a Beppe,

 

Questo fatto, però, richiede lo spazio per un racconto assai gustoso.

 

Su consiglio di Lanteri e di Chalp (due nostri colleghi del Corso prima: “Samurai”), che avevano casa rispettivamente a Sauze d’Oulx e ad Oulx, ci comprammo dei modernissimi scarponi e ci avventurammo sulle nevi (scarponi nostri; racchette e sci noleggiati).

Gli inizi furono tragici, giacché non ci potevamo permettere delle lezioni private. Tuttavia, arrivammo ad un livello sufficiente per affrontare (l’estate successiva) un corso di sci estivo allo Stelvio (dove ritrovai quel tal Enzo Caraffa del mio libro precedente: lassù faceva il maestro di sci!).

Superato il corso e forti delle nostre molto migliorate capacità, accettammo quindi l’invito a casa di Vanni (Chalp) per un’intiera “settimana” bianca invernale.

La casa era plurisecolare e vastissima; sorgeva nel centro storico. Aveva un cortile interno e moltissime stanze, ma nessun riscaldamento.

La proposta di Vanni fu: “Voi procurate la stufa e io vi do una stanza arredata”.

Accettammo.

Anzi, la stufa (nuova, a gasolio) fu addirittura acquistata ed installata prima del nostro arrivo, dal fratello di Vanni. Noi ci limitammo a pagarla.

Arrivammo ad Oulx poco prima di cena ed era già buio.

La stufa era appena stata installata, ma non funzionava ancora.

La stanza era gelida: forse già sotto lo zero.

Il fratello di Vanni, dopo l’avvenuto pagamento della stufa e della prima “tanica” di gasolio, fece il pieno e diede fuoco.

Incominciò subito a sprigionarsi un piacevole tepore; però si sentiva anche un forte odore di gasolio.

Dopo qualche minuto, si capì il perché: c’era una perdita sotto la stufa ed il gasolio stava allagando l’antico pavimento in legno.

Bisognava subito spegnere il fuoco, perché il montaggio doveva essere stato fatto male.

Purtroppo, anche chiudendo la valvola di alimentazione del Gasolio, la stufa non si spegneva: i tubi dovevano essere stati collegati in modo (gravemente) errato!

Non si ebbe neppure il tempo di pensare a come intervenire, che il temuto fattaccio accadde: il gasolio che continuava a spandersi sul pavimento s’incendiò.

Le fiamme ed il fumo invasero la vasta stanza, arrivando a lambire il soffitto (pure di legno). Aprimmo la finestra per non asfissiare.

 

Sui nostri due letti, la mamma di Vanni aveva posato un gran numero di coperte di lana (per la verità si trattava di vecchie coperte “da cavallo”) verdi e pesantissime.

Le usammo per soffocare le fiamme. Riuscimmo a spegnere quelle fuori dalla stufa, ma, nella stufa, continuava - imperterrita - la combustione.

Mentre la mamma di Vanni strepitava per le sue “povere coperte”, qualcuno (credo fosse il fratello di Vanni) arrivò con un secchio contenente dei sacchi di juta sommersi nell’acqua.

Io stesso tolsi il coperchio della camera di combustione e gettai dentro i sacchi bagnati.

Non l’avessi mai fatto!

Per un attimo parve che il maledetto fuoco si fosse spento; poi il coperchio venne sparato fino al soffitto, seguito dai sacchi e da fiammate infernali!

La situazione, ormai, era decisamente fuori controllo.

Fu in quel momento che accadde il miracolo.

Sulla porta apparve Vanni, trafelato e recante un grosso estintore; era seguito “a ruota” da un inferocito benzinaio in tuta della Esso.

Era successo che Vanni, ricordandosi della vicina stazione di servizio, s’era precipitato giù, l’aveva raggiunta e - senza perdere tempo in spiegazioni - aveva afferrato il primo estintore che aveva visto, correndo di nuovo verso casa per… salvarla!

Il benzinaio non ebbe neppure modo di lamentarsi, giacché capì subito tutto.

La polvere dell’estintore spense immediatamente l’incendio e, aperto il coperchio dell’inestinguibile stufa, spense pure quella!

 

Ci volle un bel po’ per rimettere la stanza in condizioni accettabili, poi Beppe ed io dormimmo con la finestra aperta (la puzza era orribile), con almeno 15° sotto lo zero, vestiti da sci e coperti da un cumulo di pesantissime (e freddissime) coperte da cavallo, bruciacchiate e maleodoranti.

Ma sopravvivemmo, sentendoci come Alpini durante la ritirata di Russia.

L’indomani smontammo e ripulimmo la stufa (che era intasata di polvere bianca); la rimontammo correttamente e l’accendemmo felicemente, senza l’assistenza del vicino benzinaio…

 

Adesso, se non vi volessi affliggere con un’altra mia disavventura medico-sanitaria, vi racconterei tutta la storia del carnevale del 1965, quando - sciando - stirai i legamenti di un ginocchio e ruppi quelli dell’altro.

Un male “boia”, ma resistetti per tre giorni (a letto), finché la vacanza programmata non fu finita per tutta la compagnia.

Poi, guidando io stesso, rientrai a Varese e mi feci visitare dal medico di famiglia. Il quale, prima di spedirmi al Pronto Soccorso per l’ingessatura, mi chiese come avessi fatto a combinare un guaio tanto grosso.

“Sciando” gli dissi.

“Sciando dove?” domandò. “Qui non c’è neve da nessuna parte”, aggiunse.

“A Salice”, risposi.

“Salice? Dov’è?”.

“Vicino al Sestriere”.

“E com’è arrivato fin qui? In ambulanza?”.

“No, in macchina, guidando io stesso” (in effetti, l’uso della frizione era stato… lancinante!).

“Allora lei non deve andare all’Ospedale di Circolo. Deve andare all’Ospedale di Bizzozero!”.

A Bizzozero c’era l’Ospedale psichiatrico.  

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