CORSO OLIMPICI

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GLI ANNI BLU DI FABIO PEDERNESCHI

LA POSTA DI PAOLINO 

Durante il pranzo di Fine Campagna sul Montecuccoli, diversamente da quanto era successo l’anno prima sul Vespucci, io ero totalmente partecipe della festa.

Fu in quell’occasione che, perfezionando un accordo che era già latente, definimmo la composizione della “nostra” cameretta: Elio (Montermini), Paolino (Maniscalco), Gimmi (Piergiorgio Pastura) e lo scrivente.

Difficilmente si sarebbe potuta mettere insieme una maggiore varietà di personalità, rispettando la “formazione a quattro”.

Per chi non fosse familiare con le cose d’Accademia, dirò brevemente che, con l’inizio della Terza Classe, accadevano alcune cose fondamentali.

Non si dormiva più in camerate collettive, ma in “camerette” a quattro.

Non si studiava più tutti insieme, in un grandissimo locale (lo Studio Prima e Seconda Classe), ma - appunto - in una “cameretta”; ciò consentiva libertà ormai dimenticate, come quella di parlare, muoversi, leggere e scrivere non solo cose di studio, ascoltare musica, eccetera.

Non si era più Allievi Ufficiali, ma “Aspiranti” Guardiamarina o Sottotenenti.

Si percepiva uno stipendio; si raggiungeva, quindi, una formale indipendenza da casa.

 

Così, quei quattro personaggi tanto ben assortiti affrontarono la Terza Classe in coabitazione, di comune accordo.

Si trovarono, quindi, a condividere parecchie ore al giorno un “pompiere finissimo”, un “senatore studioso”, un intelligente “squaglione professionista” e l’autore di questo scritto. Autore che lascia ad altri il compito di definirlo.

Per i pochi che non possono aver capito, poi, dirò che il pompiere finissimo era Elio, il senatore studioso era Paolino e lo squaglione professionista era il Gimmi.

 

Avrei potuto titolare questo capitolo in tanti altri modi, ma il mio ricordo torna troppo spesso alla pittoresca storiella che vi vado a raccontare.

Dovete sapere che Paolino, durante le crociere, mieteva parecchie vittime: nel senso che collezionava conquiste femminili ad ogni sosta, non disdegnando neppure i “bis”.

Il nostro, poi, aveva la passione di instaurare duraturi legami epistolari, anche se (quasi) certamente destinati alla…sterilità.

Ciò costringeva lo studioso senatore a mantenere in vita una notevolissima attività postale, con arrivo continuo di lettere profumate e recanti bolli ed annulli di mezzo mondo.

Contemporaneamente, il buon Paolino intratteneva una nota e serissima relazione con colei che, ad un certo punto della sua vita, lo fece marito e (poi) padre.

Nell’ambito della libertà di chiacchiera che vigeva in cameretta, era stato appurato - per formale dichiarazione dell’interessato - che, mentre “lui” aveva diritto ad ogni e qualsivoglia licenza, “lei” poteva solo riempire le sue attivissime ma ritiratissime giornate “cucendo, suonando il piano e (incredibile!) rispondendo al telefono” (sic!).

Ovviamente, ad un “nordico” come me, la cosa pareva - quantomeno - anacronistica.

Un pomeriggio, mentre Paolino stava dedicandosi al disbrigo della sua copiosa corrispondenza “rosa”, si riaccese la solita discussione sulle libertà di “lui” e di “lei”. Ad un certo punto, l’ineffabile senatore (aveva un anno più degli altri tre coabitanti) arrivò ad affermare che la sua “lei” era talmente “moderna” e di mentalità così aperta, che avrebbe potuto leggere una qualsiasi delle lettere che ricoprivano il tavolo (nel “quarto” di sua pertinenza), senza “fare una piega”.

Questa dichiarazione dovette sembrare eccessiva persino al Gimmi, anche se, con ogni probabilità, lui stava bozzando.

A quel punto io non resistetti all’evidente provocazione e lestamente prelevai (a caso) una delle profumate lettere “in entrata”.

La mostrai a Paolino e gli chiesi: “Allora tu dici che, se io spedisco questa lettera a Catania (nome ed indirizzo, ormai, li sapevamo tutti a memoria), non succede nulla!”.

“Certo”, mi rispose, con una faccia tosta così ben esibita da risultare quasi credibile.

Elio e Gimmi che - fino a quel punto - avevano partecipato alla discussione solo come ascoltatori, non poterono tenersi oltre fuori dalla questione ed accusarono Paolino di “bluffare” troppo spudoratamente.

Ma lui non arretrò di un millimetro dalla sua posizione.

Avrei potuto spedire quella lettera anche subito: lui era assolutamente certo che non ne sarebbe derivato alcun problema per la sua relazione catanese. Relazione che, notoriamente, aveva tutti i crismi dell’ufficialità.

Fu allora che io dissi: “Bene, adesso prendo una busta nuova, ci metto dentro questa qui e la spedisco a Catania”.

“Fai pure”, mi disse, mostrando una calma assolutamente…olimpica!

Io, senza altre discussioni, feci quanto minacciato; nel modo più plateale possibile. Poi, al primo intervallo, scesi e mi recai alla buca delle lettere che si trovava in galleria.

Quando fui davanti alla buca, guardai verso la finestra dalla quale - ne ero sicuro - il buon Paolino stava sorvegliando la mia…nefanda azione.

Sventolai la lettera nella sua direzione e la infilai giù per la fessura: il dado era tratto!

Ora occorreva solo aspettare qualche giorno e verificare gli sviluppi del caso.

Passarono giorni e settimane, ma non accadde assolutamente nulla.

Di più, la regolarità della corrispondenza tra Livorno e Catania pareva veramente non aver subito la minima scossa!

Elio, Gimmi ed io non potevamo credere a ciò cui stavamo assistendo.

Tuttavia, di fronte all’evidenza e sia pure a malincuore, dovemmo ammettere con Paolino che le sue…serenissime previsioni erano state confermate dai fatti. Non ci si poteva credere, ma era così: con ogni evidenza.

Ci vollero più di…ventidue anni, ma la verità dei fatti venne finalmente a galla.

Fu quando il Corso Olimpici si ritrovò a Livorno per i 25 anni dall’ingresso in Accademia, che - finalmente - Paolino ci svelò la parte della storia che non conoscevamo.

Il poveretto, costatato che io avevo effettivamente commesso la “vigliaccata” di imbucare la lettera, iniziò una discreta ma ferrea guardia alla buca della posta.

Fece la guardia finché il Sottufficiale addetto si recò a prelevare la corrispondenza dalla cassetta. Allora lo avvicinò, con una storia molto…convincente: doveva recuperare una lettera alla fidanzata che - per errore - aveva inserito in una busta indirizzata alla propria madre….

Il comprensivo Sottufficiale gli consentì di rovistare nel mucchio e di intercettare la…mia lettera!

E bravo il nostro Paolino!

 

Ho dato la precedenza a Paolino giacché, a causa del titolo, gli competeva.

Però, adesso, tocca ad Elio.

L’ho definito “pompiere finissimo” perché era veramente uno studente perfetto. Metteva impegno, intelligenza e dedizione in tutto ciò cui si applicava, “bracciate” comprese. Riusciva straordinariamente bene in tutto; un po’ meno - forse - nella lingua inglese. Sarà per quello che il destino l’ha trasferito da tanti anni negli Stati Uniti…

Comunque, la cosa più strabiliante dell’applicazione di Elio nello studio era la sua capacità di prefabbricare (mentalmente) prove scritte ed orali. E la sua previsione programmatica delle domande e delle risposte arrivò a livelli tali di abitudine, che iniziò persino ad applicarla alle relazioni interpersonali, comprese quelle romantiche. 

“Io dirò così. A questo punto, lui/lei mi risponderà così. Allora, io potrei continuare in questo modo. Oppure in quest’altro. E, se continuo nel primo modo, lui/lei potrebbe dirmi questo o quest’altro. Se mi dice questo, io allora reagisco così; se mi dice quest’altro, io però devo reagire cosà. Invece, se io avessi continuato nel secondo modo…ecc. ecc. ecc………”.

Questi dialoghi preconfezionati potevano svilupparsi per tempi incredibilmente lunghi e per sequenze chilometriche, senza che Elio perdesse il filo.

C’era solo un problema: i dialoghi, nella realtà, prendevano sempre andamenti imprevisti e comunque fuori da ogni alternativa preventivata.

Ma questo non era per niente grave, visto che Elio - comunque - sapeva tutto e poteva far fronte a qualunque sorpresa.

Non per niente era un finissimo pompiere (a proposito, per quei pochi che se lo stessero ancora domandando, il “pompiere” del gergo accademico corrisponde al “secchione” del gergo scolastico…civile).

 

Che dire, ora, del caro Gimmi?

L’ho definito “squaglione professionista” e tutti gli Olimpici sanno benissimo che il titolo è meritato ad abundantiam, senza discussione.

Quindi, invece di raccontarvi uno dei cinquemila modi che il buon Pastura aveva messo a punto (ed ampiamente collaudato) per squagliare in sicurezza, vi racconterò la sua notte brava con…una bottiglia di Jonny Walker.

Dovete sapere che Piergiorgio è sempre stato defilato e modesto e non ha mai voluto esagerare con l’impiego profittevole della sua pur notevolissima capacità intellettiva. Però, ogni tanto, aveva delle impennate d’orgoglio davvero sorprendenti.

Come quella volta in cui (non ricordo più per quale motivo) sfidò il resto della cameretta, dichiarandosi capace di bersi - d’un fiato - un’intiera bottiglia di Jonny Walker.

Giuro che nessuno di noi altri tre credette che facesse sul serio. Anche perché le capacità del Gimmi come “spugna” non erano mai state oggetto di discussione.

Tuttavia, un sabato pomeriggio, egli volle darci dimostrazione della sua capacità.

Forse lui non ricorderà più nulla, ma noi tre ci ricordiamo ancora bene!

Senza che potessimo interferire (eravamo in franchigia), si scolò la bottiglia.

Poi, con sforzi sovrumani, riuscì a scalare il suo letto a castello.

Letto dove restò, in rumoroso dormiveglia, fino all’inizio delle lezioni del lunedì successivo!  

Sulle capacità di squaglio di Pastura, comunque, ci sarà qualcosa di specifico da dire: quando arriveremo a parlare della Laurea all’Università di Genova.

 

Ora dovrei dedicare qualche riga a me stesso.

Ma, visto che non mi sono neppure definito, riporterò solo le ultime parole che Paolino scrisse su di me, sul libro del nostro Corso: ….Tolte le nove ore di spettacolo quotidiano, le otto ore di sonno, le tre di ricreazione e le quattro di lezione, per il resto della giornata si può star tranquilli con lui. Fabio è un ragazzo normale, sportivo, di buon gusto, che sa disegnare e legge Quattroruote”.

Oggi non disegno quasi più, ma scrivo molto e leggo ancora Quattroruote.

 

A proposito di Quattroruote, devo raccontarvi anche che - proprio in piena Terza Classe - divenni automobilista.

Durante la licenza di Febbraio, infatti, acquistai una bellissima 1100 Special bianca (seminuova), presso la Filiale Fiat di Varese.

Mi costò una “fortuna” ma, in realtà, si trattava di un bellissimo regalo…postumo di mio padre.

Per l’acquisto utilizzai, infatti, una parte del denaro di cui potei disporre al compimento del ventunesimo anno (9 Novembre, 1961). Quel denaro proveniva dalla mia quota di eredità sulla liquidazione assicurativa per l’incidente (scontro auto-treno ad un passaggio a livello incustodito, con perdita dell’arto inferiore destro) che mio padre ebbe (come passeggero dell’auto) nel lontano 1953.

Liquidazione ottenuta da mia madre solo parecchi mesi dopo la morte del marito (19 Aprile 1957)!

Al rientro dalla licenza di Febbraio, arrivai a Livorno in macchina e la sistemai nel “garage” situato in una delle stradine della zona di S. Jacopo, tra il lungomare ed il nostro Centro Sportivo.

Con quella 1100, compatibilmente con la penuria di soldi e col prezzo della benzina…scorrazzammo (io ed i miei compagni di cameretta) in lungo e in largo nella “zona consentita” ed oltre; con puntate a Pisa, a Firenze, in Versilia, a Castiglioncello ed alle…“quattro strade”. 

 

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