CORSO OLIMPICI

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GLI ANNI BLU DI FABIO PEDERNESCHI

NAVE SAN MARCO

 

Incrociatore leggero nell’ultima guerra (della classe “Capitani Romani”: navi tanto veloci - oltre 40 nodi - da “seminare” i siluri), era stato riqualificato “Caccia Conduttore”.

Era ancora una bella unità, che mi accolse - a metà Luglio 1963 - per il mio primo imbarco da Ufficiale (Sottotenente G.N.), in attesa di raggiungere la destinazione “universitaria” di Genova.

Città in cui, assieme ad altri compagni di Corso, avrei frequentato (dal Novembre 1963 al Maggio 1966) la facoltà di “Ingegneria Navale e Meccanica” e conseguito la relativa Laurea.

 

Nella mia stessa situazione, si trovò - a Taranto, sul San Marco - anche il carissimo Virginio (Laurenti).

Laggiù, mentre lui trafficava coi…“tappetini” tarantini per “inguaiarsi” (e ci riuscì quasi subito!), io stringevo una nuova (perdurante) amicizia con un giovane Sottotenente G.N. di Complemento: l’ottimo Dario Morelli.

La permanenza su quella nave, tuttavia, fu disturbata da una mia nuova disavventura sanitaria.

Ai primi d’Agosto, infatti, mi s’infiammò vistosamente (ed andò in suppurazione) una “cisti coccigea” di cui avevo sempre ignorato l’esistenza.

Mi venne un bel febbrone e non potei più stare seduto. Anche la deambulazione era divenuta difficile e dolorosa.

Il medico di bordo mi spedì subito a Marispedal Taranto.

 

Sottoposto a bombardamento di antibiotici per disinfiammare i tessuti coinvolti nell’infezione, dopo qualche giorno fui operato dal famoso Colonnello (chirurgo) Leccese.

L’operazione fu fatta a regola d’arte, con asportazione di un bel pezzetto di “ciccia” in quella zona critica. Lo scopo era di prevenire la riformazione della cisti e di rimuovere ogni traccia di tessuti infetti.

Lo scavo arrivò fino all’osso e non fu ricucito: fu riempito di garze medicate e drenate. Il Colonnello mi spiegò che non si poteva fare altro, a causa della troppo vasta infezione (sperabilmente rimossa).

Questa situazione mi costrinse ad una lunga degenza, con le due settimane iniziali in condizioni veramente difficili.

Era Agosto ed io ero l’unico ricoverato nel reparto Ufficiali.

La mia stanza (come tutte le altre) era un forno crematorio nell’afa della torrida Taranto.

Non vi starò ad affliggere con le pene dei primi giorni, quando dovevo stare fermo (a pancia in giù) in un letto di sudore. Né vi racconterò la mostruosità della prima medicazione, con la rimozione delle garze (che avevano aderito all’osso).

Andiamo, invece, subito all’inizio della terza settimana di degenza: quando potei finalmente alzarmi e percorrere - da solo - il lungo corridoio che conduceva ai servizi.

Stavo appunto percorrendo faticosamente (mi dovevo appoggiare ai muri come un ubriaco) quel corridoio, quando passai accanto ad una camera che aveva la porta socchiusa.

Da quella camera usciva un fresco meraviglioso ed un ronzio leggero: là dentro c’era l’aria condizionata!

Sbirciai all’interno e vidi che si trattava d’una stanza di degenza identica alla mia. Ma ospitava l’arcigna vecchia suora che dirigeva il reparto e con la quale mi ero quotidianamente lamentato del caldo soffocante; caldo che mi costringeva a giacere tra lenzuola perennemente intrise di sudore.

Provai una rabbia profonda, ma continuai il mio faticoso viaggio fino in fondo al corridoio.

L’indomani, quando il Colonnello mi visitò (assistito dalla suora), gli feci presente la mia scoperta e gli chiesi di essere subito trasferito nella stanza “condizionata”.

Non l’avessi mai fatto!

Il Colonnello, pur ammettendo che avevo pienamente ragione di lagnarmi, mi disse che avrebbe visto cosa si poteva fare.

Come potete immaginare, l’arcigna e “caritatevole” suora non mollò la “sua” fresca stanza e divenne ancora più arcigna e sgradevole nei miei confronti.

Allora decisi che me ne sarei andato al più presto ed a qualunque costo da quel luogo infernale.

Cominciai quindi un’intensa opera di convincimento del Colonnello, affinché mi dimettesse presto, con una licenza di convalescenza.

Verso fine Agosto, benché la ferita fosse ancora ampiamente aperta, incerottata e bisognosa di medicazioni quotidiane, avevo finalmente convinto il medico a licenziarmi.

Purtroppo gli venne la curiosità di chiedermi dove sarei andato in convalescenza, così io dovetti dirgli che si trattava di Varese.

“Varese? Ma lei è matto! Tutte quelle ore di viaggio, seduto? Non se ne parla nemmeno! Lei resta qui almeno fino a metà Settembre!”

Non mi arresi e, promettendo che avrei preso il vagone letto, ai primi di Settembre partii - convalescente - per Varese.

 

Ma non mi sognai neppure di prendere il treno!

Il buon Virginio, che ogni tanto mi faceva visita, m’assecondò e parcheggiò la mia “1100” appena fuori dall’Ospedale; quindi me ne portò le chiavi.

Così, appena dimesso con 20 giorni di licenza di convalescenza, verso mezzogiorno, saltai in macchina e - seduto in posizione molto distesa - affrontai i 1.080 chilometri (strada statale fino a Rimini!) che mi separavano dalla meta.

Dalle parti di Barletta ero già in crisi.

Non riuscivo più a trovare una postura accettabile per il dolore alla ferita (rimarginata solo in profondità ed ancora apertissima in superficie) e continuavo a cambiare posizione, con una certa difficoltà nell’azionare la pedaliera.

Fu così che, ad un incrocio, non potei evitare una lieve collisione con un’auto tedesca che arrivava da destra.

Il danno era minimo, ma dovetti fermarmi e scambiare dati ed indirizzi per la successiva denuncia all’assicurazione.

Per fortuna, avevo avuto la buona idea di viaggiare in divisa (camicia corta e pantaloni lunghi); così non ci furono particolari discussioni né complicazioni.

 

Ripartii e, dopo qualche altra ora di viaggio, mi resi conto di non sentire più alcun dolore. La parte interessata sembrava anestetizzata!

Era già notte fonda, ma io ero arrivato solo dalle parti di Fano. Dopo la collisione, mi ero fermato solamente per rifornire il serbatoio e per un rapido ristoro. Dolori non ne sentivo, ma ero infinitamente stanco.

Decisi di sostare in un luogo ridossato e fare un riposino.

Sulla destra vidi una stradina che s’inoltrava nella campagna e decisi d’imboccarla.

Dopo poche centinaia di metri, mi trovai in una bellissima radura al centro di un boschetto; una vecchia casa bianca di luna - apparentemente abbandonata - si affacciava sullo spiazzo erboso dove mi arrestai.

Inclinai il sedile al massimo e cercai di dormire un po’.

Ovviamente non ci riuscii. Ogni fruscio, ogni alito di vento mi facevano drizzare le orecchie e guardare fuori, nel chiarore della luna.

Tirai avanti così poco più di un’ora: poi decisi che era inutile perdere del tempo prezioso per cercare un riposo impossibile.

Ripartii e mi diressi verso l’agognato imbocco dell’autostrada che - allora - iniziava a Rimini (per Bologna e Milano).

Erano circa le due del mattino quando, finalmente, arrivai al casello d’ingresso.

Lì trovai un soldato in divisa che chiedeva un passaggio per Milano, dove si doveva presentare in caserma per le otto del mattino seguente.

Lo caricai volentieri, così mi avrebbe tenuto sveglio.

Non avevo percorso dieci chilometri che il militare, dopo aver risposto alle mie ovvie domande…conoscitive, cadde in un sonno profondo e russò fino a Milano; dove entrammo verso le sei del mattino.

Lo scaricai in centro (niente tangenziali, allora!) e continuai fino a Varese; là trovai mamma che si preparava ad uscire per recarsi al lavoro, a scuola.

M’aiutò a sistemarmi a letto e - appena fu uscita - caddi in un profondissimo sonno ristoratore.

Non mi mossi fino al giorno dopo.

 

L’imprevista licenza, oltre a consentirmi un rapido recupero fisico, mi consentì di intensificare i contatti “sociali” con le amicizie varesine…

Ma venne presto il momento del rientro a Taranto (questa volta, rigorosamente fatto in treno) che, come previsto dall’ottimo Col. Leccese, trovò la mia ferita solo leggermente meno profonda.

Così, seguendo ciò che m’era stato vivamente raccomandato di fare, mi recai all’Ospedale Militare di Baggio (Milano), per visita di controllo ed estensione della convalescenza.

Per la verità, arrivare ad ottenere quella visita non fu per nulla semplice.

Mi presentai (ovviamente in divisa) alla caserma Garibaldi di Varese. La caserma non aveva un medico, così, dopo numerose questioni di competenza e di burocrazia militare risolte con un po’ d’inventiva personale, fui dirottato al comando della Divisione Legnano che, come dice il nome stesso, si trovava - invece - a Busto Arsizio.

Laggiù, dopo aver visitato almeno metà degli uffici del Comando, qualcuno mi fece il “foglio di via” necessario per accedere all’Ospedale Militare di Milano.

Arrivato (solo il mattino successivo) a Baggio, riuscii finalmente a farmi visitare.

Il Maggiore Medico di turno, abituato a vedere militari di truppa lavativi che miravano solo al congedo o ad essere riformati, mi sottopose ad una rapidissima visita.

Pur costatando che la ferita non era completamente rimarginata e che necessitava ancora di quotidiana medicazione, l’esimio dottore mi rispedì immediatamente a Taranto. Né servì a qualcosa riferire le raccomandazioni che mi aveva fatto il Colonnello Leccese; raccomandazioni che pur ribadii ben chiaramente al medico di Baggio.

 

Così, appena ritornato a bordo, il Medico del San Marco mi rispedì a Marispedal.

Là fui subito visto da Leccese, che mancò poco mi desse gli arresti per… autolesionismo!

Dopo il ritorno in treno, egli trovò, infatti, che la ferita era tornata quasi nelle stesse condizioni di quando ero stato da lui dimesso per la convalescenza!

 

Comunque ripresi servizio, consolidando l’amicizia col simpaticissimo triestino Dario e prendendo atto che il buon Virginio era ormai definitivamente “incastrato” con Marisa, avvenente bellezza tarantina.

 

A fine Ottobre, poi, sbarcammo e ci trasferimmo a Genova.

Ci installammo negli appositi alloggi di Navalgenarmi, vicino alla Fiera del Mare e Virginio ed io dividemmo la stessa stanza.

Così divenne lui il mio infermiere e mi praticò la quotidiana medicazione (con Euclorina, garze e cerotto) fino al 24 Dicembre.

La Vigilia di Natale, infatti, Virginio mi comunicò - trionfante - che la ferita si era definitivamente chiusa.

Fu davvero un bel regalo

 

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